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Il senso della missione nel volto dell'altro

La riflessione di Lucia Vantini

Il VOLTO DELL’ALTRO

Iniziate le celebrazioni per i 40 anni dell’associazione di cooperazione e sviluppo degli Stimmatini. L’intervento di Lucia Vantini.

 

Si è tenuto sabato 11 aprile il primo appuntamento celebrativo dei 40 anni dell’Associazione ABCS, l’Associazione di cooperazione e sviluppo degli Stimmatini. A Sezano sul tema “Il volto dell’altro” erano presenti Lucia Vantini, delegata episcopale  per l’Ambito della Prossimità, e quattro missionari stimmatini: p. Dino Facciotti, missionario da 40 anni in Costa d’Avorio; p. Ezio Miceli, che svolge la sua missione a Battipaglia; p. Lucio Boldrini, che  svolge la sua missione a Roma nel carcere di Rebibbia; p. Marc Kassy, parroco nella missione di Aboisso in Costa d’Avorio. L’ABCS vuole dedicare questo quarantesimo anno di missione «a chi è tornato cambiato da chi pensava di andare a cambiare. Quello che lo statuto dell’associazione chiama “cooperazione allo sviluppo”, la vita ha insegnato a chiamare “conversione reciproca”».

 

Il senso della missione è nel volto dell'altro/a

Di Lucia Vantini

Apertura: una domanda destabilizzante

Cosa succederebbe se la verità di quello che siamo — e di quello che facciamo — non ci appartenesse? Non come umiltà tattica, ma come struttura ontologica del soggetto. Io non ho accesso a tutta la mia verità. C'è una parte di me che abita solo nell'altro.

 

1_La verità di me che l'altro custodisce

La mia verità di madre sta nei miei figli. Non nel senso che loro decidono chi sono, ma nel senso che la relazione stessa è rivelatrice: sono madre perché qualcuno mi ha chiamata così con il corpo, con il bisogno, con l'amore. Analogamente, la mia verità di cristiana: non la posseggo in solitudine. Appartiene a Dio — certo — ma Matteo 25 dice qualcosa di sconvolgente: appartiene al più piccolo dei miei fratelli e sorelle. Il riconoscimento definitivo non viene dall'autocoscienza religiosa, ma dall'incontro con chi ha fame, sete, è straniero. Cristo è lì, e io lo scopro solo là.

 

  1. Gesù non sa tutto di se stesso — o almeno, non può dirlo da solo

«Chi dite che io sia?»  (Mc 8,29 e par.)

Non è una domanda retorica. Gesù non si presenta con un curriculum. Chiede. Aspetta. Ha bisogno che l'altro — Pietro, i discepoli, i ciechi, le donne, i pagani — dica qualcosa che lui non può dire da solo. La verità della sua missione è relazionale e ricevuta.

Questo non è un difetto cristologico: è la logica stessa dell'incarnazione. Il Verbo si fa carne, e la carne ha bisogno di testimoni. I Vangeli stessi sono questa struttura: non sono un'autobiografia di Gesù, ma la memoria delle comunità che lo hanno incontrato. La cristologia nasce dall'incontro, non dall'autorivelazione monologica.

 

  1. La donna siro-fenicia: lei rende sconfinante la missione

In Marco 7,24-30 Gesù ha un limite esplicito: «sono stato mandato solo alle pecore perdute d'Israele». È lei — straniera, donna, pagana, che entra dove non dovrebbe, che osa ribattere — a spostare la frontiera.

«Anche i cagnolini mangiano le briciole dei figli.»

E Gesù cede. O meglio: impara. O ancora meglio: riceve dalla donna la dimensione universale della propria missione.

La collocazione marciana è decisiva: la donna siro-fenicia si trova tra le due moltiplicazioni dei pani (Mc 6 per Israele; Mc 8 in terra pagana). È lei la cerniera strutturale. È lei che apre il pane ai pagani. Senza di lei, non c'è la seconda moltiplicazione.

La missione universale di Gesù passa attraverso il volto di una donna sconfinante — sconfinante perché tutto in lei attraversa confini: genere, etnia, religione, spazio domestico. Come dice Irigaray: l'altro che non è specchio ma alterità reale è quello che produce trasformazione. La donna siro-fenicia non riflette Gesù: lo trasforma.

 

  1. Ulisse e l'aedo: piangere la propria storia raccontata da un altro

Nell'Odissea (VIII, 521-531) Ulisse piange nell'ascoltare Demodoco cantare le sue gesta. Ulisse conosce quella storia meglio di chiunque — l'ha vissuta. Eppure piange solo quando la sente nell'altra voce. Perché?

Perché la voce dell'aedo restituisce la storia come senso, non solo come evento. L'io non riesce a fare questo da solo. Ha bisogno della narrazione dell'altro per capire ciò che ha vissuto. Il soggetto è costitutivamente narrativo, e la narrazione autentica di sé richiede sempre una mediazione esterna. Non sono padrone della mia storia fino a quando qualcuno non me la racconta.

 

  1. La missione come relazione — contro la tentazione del bene

Se la verità della missione sta nell'altro, allora la missione non è un'azione che io compio su di te. Non è: io ho qualcosa (fede, competenza, servizio, cura) e te lo porto.

Questa è la tentazione del bene: la più insidiosa, perché si maschera da generosità mentre conserva intatta la struttura del potere. Io so, tu hai bisogno. Io do, tu ricevi.

La missione relazionale dice invece: io non so ancora chi sono finché non ti incontro. Non esco dalla relazione. Non c'è un «prima» in cui mi preparo e un «dopo» in cui agisco. La relazione è il luogo in cui si forma il senso, non solo in cui si eroga il servizio. Questo ha conseguenze pratiche enormi per il modo di intendere il ministero, la prossimità, il lavoro pastorale.

Una domanda aperta con cui concludere: Siamo disposti a ricevere la nostra verità dall'altro? O preferiamo tenere il controllo del senso di quello che facciamo?

 

  1. Lo Spirito ci precede — e allora perché andare?

C’è un episodio negli Atti degli Apostoli che sovverte in modo radicale l’immaginario della missione: Pietro e Cornelio (At 10). Pietro ha una visione che non capisce. Cornelio ne ha un’altra. Lo Spirito lavora su entrambi contemporaneamente, prima che si incontrino. Quando Pietro arriva a casa di Cornelio, lo Spirito è già lì.

Non è Pietro che porta il Vangelo a Cornelio. È lo Spirito del Risorto a precedere, preparare, disporre. Pietro arriva — e scopre che Dio è arrivato prima di lui.

Questo cambia tutto: la missione non è trasporto di un bene da chi lo possiede a chi ne è privo. Non esportiamo il Vangelo. Il Vangelo non è un cargo. È già là dove andiamo — o meglio: là dove andiamo, ci aspetta qualcosa del Vangelo che noi non avevamo ancora riconosciuto.

E allora perché andare? Non per portare, ma per ricevere. Per scoprire quale parte del Vangelo è stata custodita altrove meglio di quanto l’abbiamo custodita noi. La pace come dono non individuale ma comunitario — intere comunità che si prendono cura delle vite e della riconciliazione. Un altro rapporto con il tempo, senza l’ansia produttiva che distorce la gratuità. Un’altra relazione con la natura, che non è risorsa ma soggetto di alleanza. Queste non sono aggiunte esotiche al Vangelo: sono dimensioni del Vangelo che altre culture hanno saputo abitare più fedelmente di noi.

Il cambio di prospettiva è allora questo: non ti porto il Vangelo, ma tu me lo restituisci più ricco. Non sei il destinatario della mia missione: sei il rivelatore di una parte di Dio che io non riuscivo a vedere. Pietro non converte Cornelio. L’incontro con Cornelio converte Pietro — lo costringe a rivedere ciò che riteneva impuro, a riscrivere i confini del sacro, a tornare a Gerusalemme con una teologia più grande di quella con cui era partito.

La missione, da questo punto di vista, è sempre un viaggio di ritorno trasformati.

Il vostro statuto dice che c’è qualcuno che garantisce lo spirito dell’associazione. Quarant’anni vi hanno insegnato, credo, che lo Spirito non si garantisce: si insegue. E alla fine ci si lascia sospingere — come Gesù nel deserto, dopo il battesimo: non per scelta, ma perché lo Spirito, quando arriva davvero, non chiede il permesso.

Finale — Passare la parola

Ho cercato di dire, con il linguaggio della teologia e della filosofia, che la verità della missione non si possiede: si riceve. Si riceve dal volto dell'altro, dalla sua resistenza, dalla sua domanda, talvolta dalla sua correzione — come è accaduto a Gesù con la donna siro-fenicia.

Ma c'è un limite strutturale in tutto quello che ho detto finora: ho parlato della relazione senza essere dentro a una relazione concreta. Ho usato categorie, ho convocato testi, ho costruito un argomento. È necessario — ma non è sufficiente. Perché la verità di cui abbiamo parlato non abita nelle categorie: abita nelle storie.

E le storie, per fortuna, non le ho io.

Le hanno loro — quelli che adesso prenderanno la parola. Persone che hanno attraversato confini reali, non metaforici. Che hanno incontrato volti che non sapevano di dover incontrare. Che sono stati cambiati da qualcuno che pensavano di andare a cambiare.

Ascoltiamoli, dunque. Non per illustrare quello che ho detto — le storie non sono illustrazioni delle teorie. Ma per ricevere, anche noi adesso, una verità che non potremmo costruire da soli.

….

Riflessione dopo l’ascolto delle testimonianze dei quattro  missionari stimmatini

Le storie ascoltate non si giudicano, si ricevono nella disponibilità a lasciarci trasformare. Un filo del tessuto che si è formato riguarda la comunità. Nessuna missione dovrebbe essere eroica. Il bene non è mai l’opera di una vita sola, ma di un intreccio di vite, di risorse, di spazi e di tempi. Una comunità si riconosce sempre dalle storie che sa condividere

Possiamo anche tornare alle nostre storie di sempre, ma dobbiamo farlo portando con noi la novità di ciò che abbiamo ascoltato e vissuto. Per esempio, potremmo tornare alla parabola del buon samaritano con lo sguardo dilatato, alla ricerca di significati che non parlano di un eroe ma di un “noi” onorato (e mancato).

C’è un uomo «mezzo morto» sul ciglio di una strada. Non è lì per caso, ma perché ha incontrato la violenza. In quello che abbiamo ascoltato era presente in forme diverse: la violenza nascosta nelle carceri, la violenza nelle parole di chi ha già dato persa una vita, da violenza di popoli che sfruttano altri popoli, la violenza che può dilatarsi in ogni direzione per la nostra indifferenza. Nella parabola ci sono anche dei briganti che agiscono e poi spariscono, ma è stata nominata una giustizia diversa, riparativa e rigenerativa, con cui andarli a cercare.

In questa storia ci sono comunità religiose indifferenti, rappresentate dal sacerdote e dal levita: non si possono fermare probabilmente per motivi legati al culto, che impediscono loro di entrare in contatto con il sangue.

In questa storia c’è anche un animale su cui viene caricato il ferito: lo possiamo immaginare come un’ambulanza che richiama l’importanza di sistemi sanitari organizzati attorno alla giustizia e non attorno al profitto; lo possiamo immaginare come tutto ciò di cui il bene ha bisogno, oltre alla nostra buona volontà.

C’è una locanda ospitale: richiama la concretezza del bene, il suo bisogno di spazi adeguati nei quali la vita può davvero riprendersi. Qui le porte non si chiudono di fronte all’emergenza. Tutto il contrario di quello che è accaduto anche a Maria e Giuseppe: «non c’era posto per loro nell’albergo» (Luca 2,7).

C’è un oste che si fida di un uomo – per giunta “samaritano”, cioè eretico – che si è fatto prossimo e che ha mediato la cura di Dio in questo mondo. Il Samaritano, in questa storia, non è un eroe solitario: non ha abbastanza tempo – deve andare – e non ha abbastanza soldi: deve chiedere fiducia, tornerà e se il costo dell’oste superasse ciò che lui ha in tasca, salderà la differenza. Quell’oste è un uomo che lavora e che probabilmente non si è alzato quel giorno con l’intenzione di fare qualcosa di speciale. La sua disponibilità si incontra con la pietà del Samaritano, e già i due sono una comunità.

Il Samaritano è il protagonista di una storia che sta in piedi grazie alla collaborazione e alla presenza di risorse: altre vite umane e non umane, spazi e tempi che si fanno ospitali.

È anche importante ricordare perché Gesù racconta questa parabola. Lo fa per rispondere a una critica che gli viene da un dottore della Legge, che si vuole giustificare e che vuole mettere alla prova Gesù riguardo il fatto che ci sono delle regole che ci obbligano a passare oltre, a tirare dritto. Cambia la tua domanda, sembra dirgli Gesù: non dobbiamo preoccuparci di chi sia il nostro prossimo – una persona straniera, carcerata, drogata – perché in questo modo ci si sente eroi che hanno qualcosa da dare alle vite disperate. Avvicinati e basta, la comunità – nello Spirito del Signore – farà il resto.

 

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