Pasqua 2026
Cari amici, questa volta non riesco a scrivervi una lettera “ordinata”. Quello che vi mando è qualcosa che nasce di getto... da quello che in queste settimane mi sta lavorando dentro. La Pasqua, da queste parti, non è mai un’idea astratta. Non è nemmeno, a dire il vero, una “verità da difendere”. È qualcosa che si incontra, oppure no. E quando si incontra, non fa rumore... ma cambia lo sguardo. Qui la vita è dura, lo sapete. In questo periodo le strade che spariscono con le piogge, le distanze che isolano più del solito e i lavori di costruzione della Missione, certi giorni, mi sembrano non finire mai, tra molti imprevisti. Eppure, ed è questo che mi colpisce: la vita insiste. Insiste nei legami che si creano tra le persone, nella capacità di sostenersi a vicenda anche nei momenti più fragili. Insiste nelle comunità che, pur tra mille limiti, continuano a ritrovarsi. Insiste nei gesti semplici e concreti che costruiscono giorno dopo giorno qualcosa di nuovo. Volendo ridire a me stesso, e condividerlo con voi, cos’è per me la Risurrezione, oggi, dico questo: è la vita che non si arrende. Fuori di noi e dentro di noi. Non è un miracolo che viene dall’esterno a sistemare le cose. Non è Dio che interviene per cambiare il corso degli eventi. Qui, è fin troppo evidente che non funziona così: le ingiustizie restano, le fatiche anche, e con loro, il senso di impotenza. Ma dentro tutto questo, la vita continua, meravigliosa, a emergere. A S. Kizito, ai piedi del Namuli, capisco in modo sempre più profondo e nuovo cosa significa dire che Cristo è risorto: non tanto che qualcosa di straordinario è accaduto “una volta”, ma che c’è una forza dentro la realtà — dentro ogni uomo, dentro ogni storia — che continua a rialzare ciò che cade. Una forza che non elimina la croce, ma impedisce che sia l’ultima parola. E questa forza — ed è forse la cosa più esigente (e per questo bella)— non è fuori da noi. Ci abita. Ci attraversa. Ci chiede spazio. E questo, vi confesso, cambia molto anche il modo di guardare il mondo. Perché mentre vi scrivo, il mondo sembra andare in un’altra direzione: guerre che continuano, tensioni che crescono, una instabilità che non è solo politica, ma profondamente umana. E viene spontaneo chiedersi: dov’è Dio in tutto questo? La mia risposta onesta è questa: Dio non è colui che ferma le guerre al posto nostro. Non è colui che decide gli eventi della storia come se fosse un regista che interviene dall’alto. Le guerre nascono dalle scelte degli uomini, dalle paure, dagli interessi, dalle chiusure. E allora la domanda cambia.Non più: “Perché Dio non interviene?”, ma: “Dove può accadere, oggi, la Risurrezione dentro questa storia?” E la risposta, è molto concreta: accade ogni volta che qualcuno sceglie la vita invece della morte, la relazione invece della chiusura, il perdono invece della vendetta, la condivisione invece dell’accumulo. Accade quando l’uomo smette di aspettare che sia Dio a fare qualcosa... e si lascia invece attraversare da quella forza di vita che chiamo Dio. La Pasqua, allora, è proprio questo: riconoscere che ciò che chiamiamo “divino” non è lontano, ma è il cuore più vero dell’umano. E che ciascuno di noi è chiamato — in modo reale, concreto — a diventare luogo di resurrezione. Non spettatori, ma origine. Non solo credenti, ma generativi. Non solo in attesa, ma capaci di innescare vita. E forse è proprio così che la Pasqua lavora: non facendo sparire il male, ma aprendo continuamente possibilità di bene dentro di esso — a partire da me, e da noi insieme. E allora diventa chiaro anche questo: la Pasqua non può restare solo un gesto celebrato in chiesa. Non basta partecipare a un rito se poi la vita resta uguale. La Pasqua va “ricreata” dentro i giorni. Accade quando decido di condividere qualcosa, anche poco, con gioia quando resto accanto a qualcuno nel dolore, senza scappare. Accade nei gesti piccoli, semi di Risurrezione. Per questo, in questa Pasqua, non vi auguro una fede che “spiega tutto”. Vi auguro qualcosa di più difficile: una fede che genera.
Una fede che accetta di portare dentro di sé il peso della realtà... ma che, proprio lì, sceglie con amore e cura di far nascere vita, di tenere aperto lo sguardo (anche quando non capisco), aperto il cuore (anche quando è ferito) e aperte le mani (anche quando sembrerebbe più facile chiuderle). E vi ringrazio, davvero.
Perché anche il vostro esserci — da lontano — è parte di questa vita che continua a non arrendersi. Nel bene che fate, nel sostegno che date, nella fede silenziosa, anche lì accade qualcosa di pasquale, che ricevo come dono, e di cui vi sono grato. Vi porto con me, qui, ogni giorno. E in questa Pasqua, più che mai.
Uniti dentro questa vita che non smette di risorgere.
Silvano Daldosso
Parrocchia di S. Kizito – Mozambico
