“C’è un tempo per partire e un tempo per ritornare... per ogni cosa c’è il suo momento” (Qo 3,1). Così, dopo anni di servizio ministeriale nella chiesa del Brasile, è arrivato il tempo di rientrare a Verona. Joao Pessoa, Floresta, sono le diocesi dove ho vissuto; Ilha do Bispo, Belem de São Francisco e Jatobà sono gli spazi ove centinaia di comunità ecclesiali di base mi hanno accolto e mi hanno insegnato ad essere ‘servitore del Regno’. In questi giorni, celebrando la Pasqua del Signore, volgo il mio sguardo a questa chiesa brasiliana che tanto mi coinvolge e appassiona. Essa si presenta con l’immagine di una tenda: “...siamo invitati ad essere tenda che si allarga, sostenuta da paletti ben piantati”, così affermano le linee direttrici della chiesa brasiliana per il 2026-2029. E il documento continua: “la Chiesa è Tenda di incontro dei piccoli, spazio accogliente per i miserabili e per tutti quelli che sono schiacciati dai pesi della vita”. Mi piace questa immagine: una chiesa ‘tenda’ nell’immensa tendopoli dell’umanità. Sappiamo che oggi abitare in tende per molte persone è esperienza viva di angustia, disperazione, vulnerabilità, pericolo e persecuzione. Le tende dei rifugiati che migrano sono luoghi di insicurezza, le baracche di persone che vivono ai margini delle strade sono espressioni insalubri di una estrema indifferenza. Sono innumerevoli le baracche in cui vivono milioni di famiglie, segni evidenti di esclusione di una società marcatamente individualista e ingiusta. Nelle favelas, tra i senza tetto e nelle molte tende ove abitano solitudini nascoste e sofferenze inascoltate vi è un grido profetico che parte dal Vangelo. Alla luce della Parola, esse sono l’abitazione di Cristo che fa casa tra gli impoveriti e i sofferenti della storia. “Egli ha posto la sua tenda fra di noi” (Gv.1,14). Nell’accampamento della Vita, Egli vive così : …Cammina da Risorto, senza vesti regali e senza suntuosi paramenti sacerdotali. Solo un asciugamano e un catino d'acqua per lavare i nostri piedi stanchi e sporchi. Piedi di un'umanità segnata dai soprusi, dalle violenze, dai conflitti interpersonali, dal poco tempo che dedica alla famiglia e ai propri figli; piedi sporchi di ipocrisia, egoismi e superficialità; piedi segnati dalla ossessiva e affannata ricerca continua del vestito più bello o dell'ultimo modello di smartphone e della macchina più bella solo per apparire realizzati. Unico è il miracolo, che i miei occhi vedono, concreto: è quest'Uomo che soccorre, asciuga lacrime, e si cura di me, di noi, di tutti e tutte (cfr. Gv 13,4-5).
In questi anni, alla scuola della Chiesa brasiliana, ho imparato che essere missionari è andare, mettersi in cammino. Andare con la fiaccola accesa…fioca - tremolante - in balia dei venti. E' la luce resa viva dalla fede in Gesù Risorto e nella sua Parola che umanizza e divinizza. Ci fa di stirpe umana e di stirpe divina.
"Chi dorme in casa non sa che l'aurora è già spuntata" dice un proverbio del popolo Lega, abitante nella regione del Kivu - Repubblica Democratica del Congo. A volte abbiamo la tentazione di dormire in casa. Chiudere ben bene porte e finestre, tirare le tende e lasciarci immergere dal buio. E così lasciarci avvolgere dalla nostalgia del passato e con la paura del futuro. Nel buio della casa ci si può sentire sconsolati, ultimi resti di un'umanità migliore che non c'è più, anche di una Chiesa migliore che è scomparsa. Persone impaurite, deluse e stanche. La missione ci sprona ad uscire, dormire fuori. Quando qualcuno dorme fuori fa un'esperienza diversa. E' vero che chi dorme fuori, nella notte, sente il freddo, la pioggia lo infradicia, vede quanto è cattivo il male e quanto fa male…ma è anche il primo ad intravvedere i bagliori dell'aurora. Chi è fuori conosce la paura e l'incertezza nell'avanzare. Conosce i passi falsi, la sofferenza che ne viene, il tentativo di riaggiustare il passo. Chi sta fuori può calpestare nella melma della storia, ma può anche scoprire i germogli di vita che stanno spuntando; i quali non si possono percepire stando dentro. Il viaggiatore, nella notte, vede annunci d'alba in una miriade di gesti solidali, non conosciuti, non citati, non confessionali. Françoise, l'avevano mandata via dalla casetta di cui non pagava l'affitto, lei e i suoi figli con le poche masserizie. Donna Maria, tornando dai campi, li ha visti, ha chiesto, ha saputo e se li è portati a casa. Teresita abita una casupola in affitto nel suburbio di S. Paolo. Coltiva un campo, alla periferia della città. Da anni la sua casa è il rifugio di chi non sa dove andare. Luisa e Antonietta sono entrambe vedove, con i figli. Antonietta porta i segni di una emiparesi. Si sono messe insieme. Luisa lava i panni nelle famiglie dei benestanti, Antonietta vende piccole cose al mercato. I loro figli crescono insieme. Sì l'alba spunta. La Vita risorge. Chi ha sentito il freddo della notte sa il suo nome: compassione attiva, amore gratuito, passione per la giustizia, solidarietà in perdita. Una sola parola: umanità! E’ la Pasqua del Signore! Sarebbe bello che la gente dicesse di tutti noi che siamo: "quelli che fanno suonare le campane", le campane della gioia di Pasqua, le campane della speranza! Buona Pasqua!
Don Felice Tenero

