Privacy Policy Cookie Policy


Per visualizzare eventuali video in questa pagina devi accettare prima i cookie di "esperienza".

Se li stai visualizzando significa che hai già accettato i cookie di esperienza che puoi disattivare in qualsiasi momento.
Quindi ricaricando la pagina i video verranno disattivati.

COSA SIGNIFICA SPERANZA?

 La riflessione di don Alberto Reani, missionario in Brasile,  per questo Avvento

 

 

 

Carissimi amici, siamo in Avvento, varcando la soglia della Porta Santa che chiude l’Anno del Giubileo della Speranza. Come stiamo? Quali semi abbiamo piantato durante quest’anno? Che segni di speranza vediamo? Un autore che leggevo poco tempo fa chiedeva: cosa significa SPERANZA? E nello stesso tempo rispondeva: “Speranza non è un sentimento ingenuo, infantile, euforico, ottimista. La speranza non è uno spazio chiuso, già determinato, che non ha bisogno di niente e per il quale non ci sono più cammini da percorrere. Al contrario, colui che ha speranza è un eterno apprendista, uno che sempre si apre a temi e rivendicazioni. La speranza è movimento, in divenire. Un rischio profetico.” È di profezia che ci parla l’Avvento. Sono profezie i semi di speranza che sono stati piantati nella storia dell’umanità. Quali? La presenza di papa Francesco, con le sue “visioni”, con i suoi “sogni”, con le sue provocazioni. La presenza di molti che si organizzano in Movimenti per la difesa di tutte le forme di vita, soprattutto degli indifesi e oppressi, degli esclusi e perseguitati, dei migranti e… della natura. Per noi, della Pastorale Indigena della Diocesi di Floresta è stato un seme di speranza l’incontro con i giovani indigeni nella Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto), che si è trasformata in Giubileo dei Popoli Indigeni della Diocesi. Un momento di riflessione, di festa, di manifestazione di una presenza che è sempre ignorata, di appropriazione del proprio essere Chiesa.

La Cop30

Non posso dimenticare la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (COP 30 – Conferenza delle Parti) che è stata realizzata qui in Brasile dal 10 al 20 novembre. Quanti altri segni/semi! Sappiamo però che, come la notte di Natale, i segni/semi sono fragili ed hanno bisogno di attenzioni, cure, difesa, per causa dei grandi avversari che, come il drago dell’Apocalisse, vogliono uccidere il bambino e sua madre (Ap. 12,4). Cosí è successo alla COP 30, dove le grandi decisioni erano prese in un settore non accessibile alla società civile ma aperto solo ai negoziatori, ai governanti e alle imprese (definiti appunto le “Parti”), nella “Zona Azzurra”. Mentre la gente, i movimenti popolari, i difensori della terra, gli scienziati e quelli che più soffrono le conseguenze della crisi climatica (come se non fossero “Parti” in causa), sono rimasti nella “Zona Verde” o nelle manifestazioni di piazza. Ma anche così, la voce della base si è fatta sentire ed ha influito su decisioni importanti. Se, da un lato, le trattative erano per una “transizione” energetica, per la compravendita dei titoli di carbonio, ma nella prospettiva di continuare lo sfruttamento e il lucro sulle materie prime (petrolio, energia eolica e solare, terre rare), dall’altra si è riusciti a far riconoscere la responsabilità principale ai paesi industrializzati, a scrivere in un documento la necessità di una “transizione giusta” (non semplicemente “verde” – Giustizia Climatica), che consideri i Paesi più colpiti e senza risorse finanziarie (disuguaglianze strutturali) per accelerare la messa in pratica delle decisioni internazionali contro la crisi innescata dal cambiamento climatico. Inoltre, finalmente, la voce dei movimenti popolari è stata accolta riuscendo per la prima volta a definire non solo mete temporali ma anche strumenti di verifica (indicatori, dati e metodologie) che serviranno come guide fino alla COP 32 del 2027, considerando il carattere di urgenza del tema e considerando i danni sociali e economici che i Paesi del mondo hanno sofferto nel 2025. Chiaro: una Conferenza non risolve, principalmente sapendo che noi, con la nostra cultura del consumo, senza rendercene conto, siamo quelli che appoggiano le grandi banche che finanziano progetti di “sviluppo” contrari alla natura e favorevoli al capitale finanziario di imprese che investono in armi, insetticidi e pesticidi, coltivazioni transgeniche, multinazionali, agroindustria e latifondo.

I miei vicini di viaggio…

Su quest’ultimo tema del latifondo, vi racconto quello che si dicevano due latifondisti seduti accanto a me in aereo mentre tornavo in Brasile il mese scorso. Parlavano di mezzi da comprare: trattori e camion. Ma quello che mi ha richiamato attenzione sono state le dimensioni  del loro “piccolo” latifondo: parlavano di 500/600 ettari. Ovvio: a cosa servirebbe produrre tonnellate di soia nel Mato Grosso senza avere poi i mezzi per portarla  ai  porti sul litorale, a migliaia di chilometri di distanza.  E pensavo: 600 ettari per loro sono un “piccolo” latifondo!

Aprire gli occhi…

La porta del Giubileo sta per chiudersi, ma i semi sono stati piantati. Qualcuno deve aver fatto questo servizio per noi. Forse neanche sappiamo di che tipo di semi si tratta, ma noi siamo quelli che hanno ricevuto questa eredità (i semi, la Terra, la Vita), come Maria e Giuseppe hanno ricevuto il Bambino. Loro stessi non capivano, ma l’hanno accolto, protetto, si sono presi cura di lui, lo hanno aiutato a crescere e a diventare quello che è stato: occasione di salvezza per qualcuno e di scandalo per altri, secondo la profezia del Vecchio Simeone (Lc 2,34).

Forse, per capirci un po’ di più, si sono lasciati illuminare dalle profezie, dagli antichi racconti della loro gente. Ma soprattutto hanno dovuto aprire gli occhi sulla novità inaspettata che il proprio figlio stava portando e che, ogni tanto, li lasciava di stucco: “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48). Sul limite, sulla soglia, è il programma pastorale. Fu dalla soglia che il Padre Buono vide arrivare la novità che aspettava: il figlio che aveva perduto... è stato ritrovato! Quale novità abbiamo visto quest’anno? Quale novità vediamo o vedremo dalla soglia di questo Avvento?

Un grande e brasiliano “abraço”, che sappia accogliere il nuovo che viene, la speranza che resiste alle intemperie, come il chicco di grano che resiste al freddo dell’inverno per sbocciare al sole della primavera.

Buon Avvento da Brejo dos Padres, terra indigena del popolo Pankararu.

 

 

Don Alberto Reani

missionario  di Verona

nella  Diocesi di Floresta, Pernambuco (Brasile)

 

Missio Verona Onlus

Image

Search