IL SORRISO (E LA FORZA) DI FLORENCE

Giovanna Fakes ci racconta la storia di questa donna incontrata nel campo profughi di Maratane in Mozambico

Florence è arrivata in Mozambico più o meno quando ci sono arrivata io. Altre cose che ci accomunano...l'età, quasi uguale. Solo due anni di differenza e poi siamo due psicologhe. Mi è stata presentata da una piccola grande suora comboniana. Dicevo che siamo arrivate entrambe in aprile ma il percorso fatto da lei è totalmente differente. La strada fatta da Florence è più corta, molto più corta, ma lei ci ha messo intere settimane. Ancora non parla portoghese, solo swahili e francese, così abbiamo sempre bisogno di qualcuno per riuscire a parlare...abbiamo iniziato una collaborazione e lei che è maestra farà formazione ai nostri animatori, altri rifugiati che seguono un gruppo di 25 bambini che ogni giorno  vengono al nostro centro e imparano un po’ di alfabeto, qualche canzone e giocano. Florence è una donna forte, non solo fisicamente ma anche nell'espressione, nel modo di fare e allo stesso tempo sa essere molto delicata, molto composta. Ha un bellissimo sorriso che spesso le scoppia improvviso sul viso.

Le parole di Florence

Dopo qualche tempo chiede di potermi parlare. Così decidiamo di incontrarci prima che le attività

del centro comincino per evitare continue interruzioni. Arriva con Mika, la bimba di due anni che dorme nella capulana (fascia di stoffa usata dalle donne in Africa per portare i bambini, ndr) in legata alla sua schiena. Il traduttore, anche lui congolese è una persona ben conosciuta nel nostro centro. Comincia a parlare e mi racconta di quando abitava in Congo, nel Nord Kivu. Lavorava in una scuola materna e in una organizzazione che aiutava le donne vittime di violenze sessuali da parte dei guerriglieri. Il marito trasportava petrolio dall'Uganda al Congo. Cinque figli e una vita dignitosa, i ragazzi potevano studiare e sognare cosa sarebbero potuti diventare da grandi. Una mattina di novembre dello scorso anno, come faceva sempre era andata a prendere due donne  per portarle in ospedale perché vivevano in periferia e non riuscivano a raggiungere la città. Erano state torturate e violentate da gruppi di guerriglieri. Avevano bisogno di cure e di fare delle analisi e di qualcuno che si prendesse cura di loro. Così lei è partita con la sua macchina per andare a prenderle. Sole non sarebbero mai arrivate. Durante il tragitto è stata vittima di un'imboscata. La sua macchina è stata fermata e i banditi sapendo chi era, ironicamente hanno chiesto: "Tu aiuti le donne  che sono state violentate da noi vero? Per farti fare meglio il tuo lavoro ti facciamo vedere cosa provano...". Hanno preso le due donne ferite e le hanno torturate davanti a lei. Non potevano violarle più di quanto non avessero già fatto i loro "colleghi". E poi hanno legato Florencce, braccia gambe e collo, e "le hanno mostrato", come dicono loro. Una settimana. Tutti i giorni....a turno. Durante il racconto sentivo il mio cuore fermarsi.

Nessuna lacrima

Negli occhi di lei non c'era una lacrima, non c'era un lamento, era il racconto di ciò che aveva passato. Puro e semplice. Con quella dignità, con quella forza che sono riuscita a vedere solo nelle donne africane. È come se non si frantumassero come noi...loro restano intatte. Doloranti e ammaccate ma non si frantumano. Solo di tanto in tanto si fermava per dare retta a Mika, che inconsapevole di cosa fosse successo alla madre richiedeva la sua attenzione. Le lacrime al posto suo ce le ho messe io, nonostante cercassi di trattenerle. La sua storia non è finita. Dopo una settimana stava per essere uccisa, ma il "guardiano" che l'aveva in custodia le ha dato un ultimatum. Un’ ultima violenza per la libertà. Ricorda che era vicino ad un fiume, con altri corpi attorno senza vita. Così si è piegata a un'altra umiliazione, che non è stata l'ultima...non andrò avanti nel racconto.

Violenze senza fine

La sua storia è continuata. Con altre violenze, con la fuga dal Paese, con tutti i loro risparmi spesi dal marito per ritrovarla. Ed è continuata ancora in Mozambico, nel campo di rifugiati di Maratane. Al posto della sua casa con il giardino adesso si trova in una stanza di fango. I suoi figli non hanno più una camera con i libri, o con i giochi, ma sempre la stessa stanza di fango. Il bagno....un sogno. Neanche quello. È stato distrutto da un ragazzo che voleva violentare Gloria, la figlia più grande. È stato fermato in tempo, ma dalla rabbia ha distrutto la latrina della sua famiglia. Così devono chiedere il permesso ai vicini per poter accedere alla toilette. Al posto delle buone scuole che frequentavano i figli in Congo, grazie al lavoro dei genitori adesso c'è una scuola povera dove la corruzione la fa da padrona, dove l'assenteismo dei professori è la normalità e dove al quinto anno i ragazzi ancora non sanno leggere e scrivere.  A causa delle violenze e delle torture ricevute ha riportato dolori alla schiena e i suoi organi interni sono stati lacerati. Ma in ospedale oltre al paracetamolo e qualche esame senza nessuna conclusione non c'è altro.  Avrebbe bisogno per lo meno la notte di riposare su un materasso, ma nella sua casa, anzi stanza di fango, altro non c'è che una stuoia appoggiata alla nuda terra. Una, per lei e il marito, e altre per i figli. Poi alla mattina le devono togliere perché quell'unica stanza di fango di 5 metri per cinque è anche cucina e soggiorno....

Come si può continuare a vivere?

Come si fa a riaggiustare i pezzi? Come si può continuare a vivere dopo questo? La mia condizione di vita non mi permette di saperlo. Come fa ad avere la forza di sorridere, anzi di scoppiare a ridere? Dovreste vedere il suo volto. I capelli sempre in ordine, le capulane sempre colorate e lo sguardo fiero. La prima volta che l'ho vista mi si è presentata con la sua tesi di laurea. E da lì è partita. Da lì mi ha insegnato  come si riaggiustano i pezzi. Ha iniziato con la formazione agli animatori. È ripartita portando i suoi figli più piccoli a partecipare alle attività del centro. Le sue figlie sono lei in miniature, lo stesso sguardo. Abbiamo iniziato insieme a dare appoggio ad un gruppo di donne nella creazione dell'orto. E lei è una fautrice. Al primo stipendio ha pianto dalla commozione dicendomi "i miei figli oggi mangeranno bene.". Florence è ripartita ancora la settimana scorsa quando l'ho vista con la zappa in mano alle 7 della mattina. Per preparare la terra per la semina. È ripartita ancora quando da sola è uscita un po’ dal campo a cercare delle famiglie mozambicane che le vendessero la soia a basso prezzo per poi rivenderla. Ha trovato la bella ospitalità della nostra gente che, destino o provvidenza, hanno una figlia con lo stesso nome di lei...per cui "adesso siamo un'unica famiglia". I bambini possono giocare insieme e sa dove poterli lasciare senza la paura che gli venga fatto del male.

Florence è ripartita

Questa donna è ripartita quando mi ha chiesto di tenergli una parte dello stipendio, come un piccolo servizio banca. Per i suoi figli, o forse per viaggiare e cambiare paese e tentare di dare un futuro diverso alla sua famiglia. Questa donna è ripartita quando, sapendo che era il compleanno di una nostra volontaria, è andata a prenderle un regalino. Florence riparte ogni volta che alza lo sguardo al cielo. Ogni volta che entra in chiesa per recitare una preghiera, ogni volta che prima di pranzare si fa il segno della croce. Ogni volta che cerca e trova il suo posto sicuro e la sua forza in Lui.

E qui sempre si fa spazio tra i miei pensieri la domanda di "chi aiuta chi"? . Non sarà forse questa donna ad insegnare a noi ad affidarsi sempre e a ricominciare dalle piccole cose? Cosa posso fare io di concreto per lei?  Florence è solo una delle storie che in questi mesi ho ascoltato. Non so perché l'ho scelta. Credo sia stato perché siamo arrivate entrambe a Maratane in aprile. E anche per il suo sorriso.

Giovanna Fakes

Missionaria laica in Mozambico

 

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