FARE IL CATECHISTA IN MOZAMBICO

p. Davide de Guidi, comboniano

E’ passato dal Centro Missionario Diocesano p. Davide de Guidi, missionario comboniano in Mozambico, in queste settimane a Verona dove vive la sua famiglia ad Asparetto. P. Davide lavora a Nampula, nel nord del paese, è formatore dei giovani comboniani e gestisce  una parrocchia in periferia. La pandemia, la fame, le difficoltà  degli sfollalti che sccendono da Cabo Delgado  (12 mila accolti solo nella sua parrocchia) non rendono di certo facile per la gente e nemmeno quella dei missionari che lavorano in quelle terre. Con p. Davide abbiamo parlato di cosa vuol dire fare il catechista in Mozambico, anche alla luce del recente motu proprio Antiquum Ministerium

D. Davide. Chi è il catechista nella tua parrocchia?

Sono donne e uomini che, come dice papa Francesco nel e documento, hanno maturato una precisa scelta di servire la comunità e sono riconosciuti dalla comunità per quello che fanno e che sono. Noi li formiamo con dei corsi specifici, un percorso periodico in parrocchia o nelle strutture della diocesi. E’ incredibile vedere chi sono i catechisti in Mozambico: sono persone di comunità, mamme con bambini, lavoratori, agricoltori. Gente che ha deciso di dedicare un tempo importante della loro vita all’annuncio del vangelo. Sono sempre impressionato dalle loro storie.

D. Ce ne racconti qualcuna…

Mi viene in mente Cecilia, Ligorio, Francesco… sono catechisti con i quali vado nelle comunità a portare la parola di Dio, a pianificare incontri, a monitorare situazioni. Io faccio ben poco, sono loro che organizzano, io in pratica seguo loro. Sono contadini che ritagliano del loro tempo per fare questo, sono mamme che spesso portano con se i loro figli più piccoli. La loro forza è proprio questo: annunciano il vangelo a partire dalla loro vita, dalle loro fatiche. Quest’anno ad esempio c’è stata una terribile siccità che ha portato molto vicini alla fame. Siamo dimagriti tutti, anche i catechisti sono dimagriti, la gente del villaggio è dimagrita. Vedevi negli occhi di questi catechisti la paura della fame ma anche la speranza che presto la pioggia arriverà, grazie a Dio. Portare Gesù cristo con la pancia piena o con la pancia vuota non è la stessa cosa. Rivolgerti a degli affamati, alla mamma che non sa cosa dare da mangiare ai propri figli: se non vivi la stessa situazione, meglio lasciar perdere. Rischi di cadere nel pietismo e  nel moralismo…

D. Mi diceva del carcere…

Si, con alcuni catechisti andiamo nel carcere di Nampula che vive, come tutte le carceri del sud del mondo, situazioni di sovraffollamento disumane: un centinaio di detenuti in 40 metri quadrati! Sono quasi tutti detenuti per reati di poco conto, spesso piccole ruberie dettate dalla loro situazione di estrema indigenza. Vedere lo sguardo dei catechisti nei loro confronti e vedere come i detenuti guardano i catechisti: come loro fratelli, come dire siamo sulla stessa barca che è la barca della sofferenza, della vita dura, della mancanza di cibo, del lavoro informale da dover cercarti tutti i giorni. Poi chiaro, i detenuti hanno commesso errori ed è giusto che paghino il loro errore, però l’umanità dei loro sguardi la dice lunga sul fatto che la vita poteva essere anche diversa. Ed è proprio questa la sfida missionaria che ci coinvolge tutti: preti, suore, laici, catechisti: far in modo che la vita possa andare diversamente, illuminata dalla luce del Vangelo, agendo anche sulle situazioni strutturali -politiche ed economiche- perché tutti possano vivere una vita degna di questo nome.

D. 12 mila sfollati di Cabo Delgado accolti nel territorio nella sua parrocchia, e lei ce lo dice così…

Lo dico… così perché è una delle tragedie del Mozambico. Anni di guerra e guerriglia, poi le malattie. Il coronavirus per noi non è significativo per le morti che ha causato ma per le conseguenze di povertà che ha generato. Pensi solo alle morti per il morbillo: migliaia di persone tutti gli anni, eppure non fa notizia. La tragedia dei profughi di Cabo Delgado è terribile: 700 mila persone che hanno dovuto lasciare la loro terra e andare da parenti, amici, conoscenti. Nella mia parrocchia quasi tutti hanno trovato una sistemazione, solo che una famiglia già povera passare da 8-9 persone e 15-16 non è mica uno scherzo. Ecco allora che i catechisti, i leader di comunità intervengono, visitano, vedono i bisogni, stendono il piano di intervento e di assistenza comunitario che coinvolge tutti e che abbiamo potuto realizzare anche grazie alla grande generosità di parenti e amici qui in Italia.

P.A.

 

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