12 NUOVI BATTESIMI TRA I PANKARARU

Riflessioni di don Alberto Reani

Vi scrivo da Brejo dos Padres, terra indigena pankararu, nella diocesi di Floresta. Avevo voglia già di scrivervi subito dopo la Pasqua per raccontarvi del cammino fatto con i giovani catecumeni pankararu. Erano 12, come gli apostoli. Abbiamo iniziato il cammino con loro ancora nel 2019, interrotto per alcune difficoltà delle catechiste e, quando era tutto pronto per il battesimo, l’anno scorso, abbiamo dovuto cancellare la Vigilia Pasquale per causa della pandemia. Ho visto nei loro occhi la tristezza per non poter realizzare qualcosa che stavano aspettando da tempo. Per questo ho fatto tutti gli sforzi possibili per riprendere le catechesi non appena il COVID permettesse.

In novembre del 2020 ho ripreso ma stava per naufragare ancora il piano di celebrare con loro i sacramenti dell’iniziazione cristiana perché il Governatore del Pernambuco ha emanato, una settimana prima, un decreto in cui si permettevano le celebrazioni solo fino alle 17. Qui il sole tramonta alle 18! Non potevamo fare la Vigilia Pasquale, che comincia al buio davanti ad un fuoco che dà origine alla nuova umanità, riscattata dalle tenebre della morte ed in marcia verso la Terra Promessa seguendo la luce di Cristo, come il popolo di Israele seguiva la colonna di fuoco. Tutto questo avevo spiegato loro preparando la celebrazione. Anche il vescovo si era disposto a lasciare la cattedrale per venire a celebrare con noi. Tutto era pronto. I preti, riuniti col vescovo hanno deciso di non celebrare la Vigilia Pasquale, rispettando gli orientamenti sanitari. Era necessario dare un esempio di responsabilità sociale. Cosí ci siamo orientati per celebrare i sacramenti nella messa pasquale, la domenica pomeriggio, all’aperto e mantenendo distanze sufficienti. Lo spazio ottogonale della scuola Pankararú mi aiutava, e il buon rapporto con la gente ha facilitato tutto. Sapevo che più di 60 persone non avrebbero partecipato alla celebrazione, già che, tradizionalmente in questa data hanno un rituale proprio in un terreno ai piedi della collina della missione. Questa collina, così raccontano, era dove i primi missionari del secolo XVI “catechizzavano” gli indigeni raggruppati in “aldeamento”.

Forse devo spiegare….

Aldeamento (in Argentina e nel sud sono chiamate “missiones”) era un villaggio protetto dalla giurisdizione della Chiesa, dove erano riuniti indigeni delle diverse popolazioni presenti nella zona. La garanzia era di non essere perseguiti dai cacciatori di indios, dai fazendeiros (allevatori di bestiame o coloni agricoltori che avevano invaso le terre indigene originarie). L’aldeamento però liberava le terre indigene per i colonizzatori e facilitava la vita ai missionari, che non dovevano più fare tanta strada per incontrare gli indigeni e catechizzarli. Nell’aldeamento con più rapidità si  sono stati trasformati i costumi delle popolazioni indigene, in un processo che qui chiamano di “acculturazione”, ovvero  trasformare gli altri per farli diventare come noi. Le case costruite alla moda europea, non più in circolo con una piazza nel mezzo per i rituali. La chiesa al centro delle attività e della convivenza, con orari stabiliti e marcati dalla campana. Pian piano poi la proibizione di parlare la lingua indigena e l’obbligo del portoghese (e il latino nelle celebrazioni). Nuove abitudini che, in cambio della “pace”, hanno provocato grandi cambiamenti tra questa gente, anche se, dopo 400 anni, mantiene ancora le sue radici culturali e la sua coscienza identitaria che li fa sentire differenti. Ritornando alla celebrazione pasquale, la mia felicità è stata vedere la partecipazione di tutti, considerando che una famiglia ha protestato quando ha saputo che il battesimo non avveniva nella chiesa. “Come potremo dire che è stato battezzato in Chiesa?!?”, dicevano. Far capire che essere battezzati è “diventare Chiesa” non è facile! Ma sembra che il giovane abbia superato il conflitto e, prendendo la sua decisione, era presente il giorno del battesimo e durante gli incontri mistagogici che abbiamo fatto durante la settimana di Pasqua. Il prossimo incontro sarà a Pentecoste, vedremo se persevereranno nella sfida.

Un piccolo fatto: il signor Fernando

Per concludere, un piccolo fatto che mi è accaduto 21 di aprile. Qui in Brasile è “Dia do índio”, il giorno dell’indigeno,  giornata in cui si ricorda la presenza indigena. Anche se più folcloristica che di sensibilizzazione o di coscienza storica in vista di una valorizzazione della diversità,  per le popolazioni indigene è un’occasione di superare l’esclusione e il pregiudizio.

Come tutti gli anni trascorro questa ricorrenza con i Pipipán. Stavo ritornando, dopo il pranzo, e un signore mi chiama e mi chiede se volevo un bicchiere d’acqua. Accetto ed entro in casa. La porta della casa… beh, solo tavole di legno che mal si univano, senza offrire protezione né contro il vento o il sole, né contro eventuali malintenzionati (per fortuna qui non ci sono!). Senza sedie né tavolo. Per sedermi, un secchio di plastica capovolto. Mi ha offerto un bicchiere d’acqua e delle arachidi. Ha chiesto di pregare con lui un Padre Nostro e una Ave Maria e che ricordassi nella messa i suoi genitori. Perché non dimenticassi i nomi, ha preso un sacchetto di carta, ne ha strappato una parte e si è messo a “disegnare” le lettere dei nomi. In seguito mi ha ricordato che 7 o 8 anni prima avevo dato un passaggio in macchina a lui e alla famiglia (moglie e tre figli all’epoca), che venivano a casa. Quasi per ringraziarmi di quel soccorso è andato in una stanza ed è uscito con un’amaca: “É per lei! Si ricordi di me!”, ha concluso. La sera ero a dormire nella casa del vescovo… e pensando nel signor Fernando, uomo povero e semplice, ma grato per un gesto che a me non costava niente, mi sono addormentato nell’amaca ricevuta da lui come regalo. Gente semplice, facendo cose semplici, in luoghi semplici, permette le trasformazioni straordinarie della vita e vive con semplicità il vangelo. Che il Signore ci benedica.

 

Don Alberto Reani

Fidei donum di Verona in Brasile

 

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