Ricordando mons. Paolino Lukudu

 UNA VITA PER IL SUD-SUDAN 

Il 5 aprile scorso, a Nairobi dove era stato trasferito a seguito dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, è morto mons. Paulino Lukudu Loro, comboniano, arcivescovo emerito di Juba, figura determinante non solo per la chiesa del  Sud Sudan. Aveva 80 anni, dei quali 47 passati come Vescovo.

 

1940-2021: un’epoca storica determinante per lo Stato neonato del Sud Sudan. Il missionario comboniano Paulino Lukudu Loro l’ha vissuta tutta ma anche – per quanto gli competeva – accompagnata in prima persona. Nasce nel 1940 durante il periodo coloniale, e cresce durante la prima guerra civile (1952-1972). Vita di seminarista in Sudan e nel 1965 è novizio tra i comboniani in Firenze, appena dopo l’espulsione di tutti i comboniani dal Sudan nel 1964.   Dal 1967 inizia gli studi di teologia nello studio Teologico San Zeno di Verona dove  nel 1970 è ordinato presbitero. Nel 1974 – a soli 34 anni - è già Amministratore Apostolico di El Obeid – nel Nord del Sudan – divenendone Vescovo nel 1979. E’ una diocesi grande come tre volte l’Italia dove l’arabo del Nord non si specchia affatto nella lingua che egli ha parlato fin dalla nascita. Non è solo: con lui ci sono  una trentina di missionari comboniani italiani, tra i quali alcuni imbevuti di spirito sessantottino che lo ritengono  troppo africano, dimenticando il motto del Comboni “salvare l’Africa con l’Africa”. “Un pastore che si spende per il suo gregge” – viene definito dalla gente – preoccupandosi anche delle piccole cose della sua gente, dalla salute alla scuola, fino alla serenità e contentezza di essere comunità di amici del Risorto.       Nel 1983 diviene Arcivescovo Metropolita di Juba, una diocesi in stato pietoso dove la guerra civile aveva impedito qualsiasi organizzazione stabile, qualsiasi progresso anche minimo delle istituzioni diocesane. Per di più, a rendere tutto più precario, la stagnante situazione socio-politica, la militarizzazione dei centri urbani, le lotte tribali con i progetti di espansione di una sull’altra, i latrocini di animali e le violenze ingiustificabili, la complicata fase transitoria in cui le forze del cambiamento devono dialogare con il “Consiglio militare” espressione  del regime  islamista al potere dal 1989. Monsignor Paulino ha vissuto, animato, guidato assieme ai capi delle diverse confessioni religiose, il lungo e difficile esodo di un popolo che prova ad uscire dall’oppressione ed entrare nella libertà: c’è in vista la costruzione di una comunità ecclesiale che stimoli la popolazione tutta a diventare nuova nazione libera, nella ‘terra promessa’ dell’indipendenza.                                    

Sono infinite le mediazioni coraggiose con le diverse autorità civili quasi sempre in dura lotta tra di loro: lui c’è, paziente, lucido e deciso, capace di discernimento, fino a quando accompagna a Roma nell’aprile del 2019 per un “ritiro spirituale” accanto a papa Francesco i capi politici della giovane nazione alla ricerca degli ultimi passi verso un Governo di unità nazionale. “Lacrime di gioiosa sorpresa ed ammirazione” – sono sue parole – gli sgorgano spontanee al vedere l’inatteso ed inconsueto gesto del Vecchio Papa Francesco che si prostra a terra e bacia, uno ad uno, i piedi dei diversi contendenti politici. Ed intravvede una pace vicina che prospetta una nuova epoca storica per la gente amata, per il suo popolo, e per la Chiesa che celebra i primi cent’anni della sua storia. Anzi no!, perché quella storia era iniziata settant’anni prima, quando un giovanissimo prete veronese inviato da Don Mazza – don Angelo Vinco - aveva sparso i primi semi di Vangelo tra la gente Nuer delle sponde del Nilo: in quegli anni il Comboni di cui monsignor Paulino è figlio spirituale, era ancora giovane studente e sognava “Africa o Morte “

                                                                                               don Sergio Marcazzani 

 

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