LE “COMUNITA’ RESISTENTI” IN AMERICA LATINA E IN AFRICA

Storie di  società civili  che si oppongono allo strapotere delle multinazionali

“Comunità resistenti: la cittadinanza che sfida le multinazionali in America Latina e Africa” è stato il tema de “I martedì del mondo” del 2 febbraio scorso. A parlarne online nella diretta youtube dal canale dedicato c’era don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro Missionario Diocesano di Verona, con due ospiti: Raffaello Zordan redattore di Nigrizia e Mario Mancini presidente di Movimento Mondo-Mlal. Per Mario Mancini, il  «saccheggio in America Latina ha origini lontane, inizia con i colonizzatori, il mito dell’eldorado, basti pensare al Cerro Rico, la montagna di Potosì in Bolivia diventata simbolo di sfruttamento delle risorse, sottomissione delle culture indigene e  inquinamento ambientale».  Oggi, continua Mancini,  «cambiando gli attori, ma la sostanza rimane la stessa: non si sono più i colonizzatori con la spada  ma le multinazionali con i satelliti  che vogliono accaparrarsi risorse laddove le comunità indigene e contadine resistono opponendosi allo sfruttamento» . Due sono i settori economici dove maggiormente avviene lo scontro, continua il presidente di Progetto Mondo-Mlal: «un primo settore riguarda le risorse minerarie, di cui l’America Latina è ricchissima: oro, rame, zinco…. le multinazionali spesso si appoggiano su  migliaia di piccoli minatori artigianali che già nel 1986 il fotografo brasiliano Salgado con le foto dalla miniera nella Sierra Pelada  ci ha portato alla luce. Nella corsa all’oro cercano l’uscita dalla povertà, che quasi sempre, però, non trovano». Il secondo settore di lotta è nell’ l’agrobusiness,  come sta succedendo in Amazzonia. Da una parte i latifondisti che vogliono distruggere la foresta per lasciare posto all’allevamento e  alla coltivazione della soia, -ogni anno si brucia una superficie grande come il Belgio- e dall’altra intere comunità che resistono».  Dall’America Latina all’Africa. «Registriamo diverse resistenze organizzate della società civile di fronte allo strapotere delle multinazionali con la complicità  dei governi», sottolinea Raffaello Zordan, giornalista di Nigrizia. Non solo in Zambia il caso di Kabwe (vedi articolo in pagina, ndr), «ma anche, sempre in Zambia, la multinazionale  Vedanta che ha deciso di risarcire 2500 persone che ruotano attorno alle sue miniere per via di un fiume inquinato nell’area di estrazione».  E questo, continua Zordan, «senza, tuttavia, riconoscere alcuna responsabilità, solo a titolo compensativo da parte di una azienda che da lavoro a 16.000 persone». Per dire, continua il redattore di Nigrizia,  «che l’attenzione oggi ai possibili malumori delle comunità c’è ed è molto presente nelle dinamiche delle multinazionali».   Per Non parlare della Nigeria dove l’Eni e la Shell sono accusate, con processo in corso, di tangenti miliardarie legate all’attività di estrazione petrolifera off shore, e dove la Shell è stata condannata da una corte d’appello olandese  per uno sversamento di petrolio agli inizi degli anni 2000. Quel paese, la Nigeria, ricorda Zordan, «che nel 1995 impiccava Ken Saro Wiwa, intellettuale e attivista ambientalista». Spostandoci in Mozambico, la multinazionale brasiliana Vale deve risarcire 50 contadini per una recinzione che, tutelando la miniera, impedisce di fatto l’accesso dei contadini alle loro piccoel proprietà: sono piccole situazioni, che dicono, conclude Zordanm, «che la realtà sta cambiando».  In America Latina le norme per fermare questo sfruttamento -che anche papa Francesco definisce insostenibile e disumano-  ci sono:  dalla Convenzione 169 del 1989 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle popolazioni indigene e tribali fino   all’Acuerdo de Escazú  nel 2020, promosso dalla CEPAL, organismo dell’Onu. Il problema, conclude Mancini,  «rimane di mettere in pratica e far rispettare queste norme».

Paolo Annechini

 

 

 

 

Comunità resistenti in America Latina: il ruolo delle donne

«Le donne rappresentano oggi una voce potente e importante che a diverse latitudini, dal Messico fino all’Argentina si oppongono ai modelli di sviluppo estrattivo che attaccano in maniera depredatoria gli ambienti dove vivono molto spesso delle popolazioni indigene e ancestrali. Lo dice Diego Battistessa, docente e attivista per i diritti umani in America Latina. «Solo per citare alcune di queste donne:  Leydy Aracely Pech Martin premiata con il premio Goldman Environmental prize 2020, il nobel per l’ambiente il 30 novembre scorso. Leydy è opposta alle monocolture transgeniche di soia della Monsanto, che di fatto minacciavano di estinzione  un’ape locale. Leydy Aracely Pech appoggiata dalle associazioni contadine della zona ha vinto questa battaglia e ha costretto la multinazionale Monsanto a rivedere i suoi piani. Dal Messico in Honduras: chi non ricorda  Berta Caceres e la sua lotta sul fiume Gualcuarque contro la costruzione di una serie di centrali idroelettriche che andavano a distruggere un territorio ancestrale. Scendiamo e andiamo in Ecuador: altra grande premiata il 30 novembre scorso è stata  Nemonte Nemquino, giovane donna  indigena Waorani, che ha capitanato l’opposizione al  Blocco 22, iniziativa  petrolifera dentro l’ Amazzonia equatoriana: si è opposta e nel 2020 è arrivata  la sentenza che gli da ragione e la compagnia petrolifera PetroEquador deve tornare sui suoi passi e non sfrutterà l’Amazzonia.  Un’altra lotta famosa in questi anni è quella di Máxima Acuña de Chaupe  donna che in Perù si è opposta al progetto minerario Conga con l’impresa Yanacocha, che voleva praticamente cacciarla da casa sua per portare avanti processi di sfruttamento minerario di oro del Perù. Lei ha portato avanti una lotta importante, appoggiata da un'altra donna significativa, Mirta Vasquez, presidente del Parlamento Peruviano. C’è tutta una linea di donne, in America Latina,  che non solo si oppongono questo tipo di modello di sviluppo predatorio,  ma che lo fanno dal punto di vista militante, attivista, e politico».

 

 

 

 

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Zambia/

Una intera comunità va dall’avvocato

Kabwe dista 100 km da Lusaka, è una cittadina nata e sviluppatasi  sulle miniere che  era l’attività predominante. Kabwe adesso non è più città mineraria  ma la polvere di piombo prodotta in 50 anni di sfruttamento  incontrollato, accumulata e libera,  continua a circolare e a contaminare i suoi cittadini. Il vento la porta ovunque: nelle case, sulla pelle, sui panni, sulla verdura negli orti… I più colpiti sono i bambini, che nascono con ritardi mentali di molto superiori alla media nazionale.  Ora la popolazione si ribella  chiedendo i danni alla South African SA, la multinazionale sudafricana che ha sfruttato le miniere, affidandosi a due studi legali, uno sudafricano e uno inglese che seguono altri casi nel paese. «Sono andato a Kabwe», racocnta Diego Cassinelli, operatore umanitario in Zambia, a “I marted’ del mondo”, « e sono andato nel posto in cui  ci sono state queste mobilitazioni. E’ impressionante vedere come oggi Kabwe sia solo il ricordo dello splendore di un tempo. Adesso rimangono solo le scorie che continuano a generare inquinamento.  Da qui partita da petizione e, come spesso succede,  c’è il gruppo che traina e un gruppo che  aspetta di sentire il verdetto dei tribunali. E’ indubbio che, oltre alla richiesta della bonifica dell’immensa area,  la comunità vuole essere risarcita a livello finanziario».

 

 

 

 

RD Congo/

8000 violazioni dei diritti umani nel 2020

E’ da trent’anni che il Congo vive un conflitto nell’indifferenza del mondo, e l’Onu -con l’operazione  Monusco, ovvero ventimila soldati schierati, non riesce a fdermare i massacri. Lo dice a “I martedì del mond” p. Gaspare Trasparano, comboniano, che aggiunge:   «Solo nel 2020 ci sono stati circa 8000 violazioni diritti dell’uomo che rappresenta in media 659 violazioni per mese e questi abusi sono stati per il 93% qui nella regione nord Kivu e e sud kivu 2945 civili sono stati uccisi in questo contesto, 553 donne 286 bambini che venivano dai loro campi, forze ribelli legate al ruanda interessi manipolati dalle multinazionali. ucccidono lungo la strada chi ritorna dai campi. Abbiamo testimonianze ogni giorno». «Qui a Butembo, aggiunge  abbiamo 4000 rifugiati di Beni,  famiglie spostate e sono accolte qui dalle famiglie della città e periferie. Vivono situazioni molto precarie. La ricchezza di questa terra fa la miseria e la tribolazione di questo popolo. ecco cosa succede da Trent’anni!»

 

 

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