IN MEMORIA DI DOM PEDRO CASALDALIGA

Cosa ha lasciato alla chiesa non solo del Brasile

 Vescovo di São Felix do Araguaia in Brasile fin dal 1968, “dom” Pedro Casaldaliga è scomparso lo scorso 8 agosto all’età di 92 anni. La sua fedeltà alla terra di missione è la stessa ribadita nelle parole dell’epitaffio che dom Pedro stesso ha dettato: «Per riposare / io voglio solo/ questa croce di legno / come pioggia e sole / questi tre metri di terra / e la Resurrezione!». La sua memoria lascia in eredità alcuni temi, qui proposti, che interrogano anche le chiese del nord.

 

 Impegno profetico delle chiese

Nel 1971 Pedro Casaldaliga, in quanto vescovo di São Felix do Araguaia, scrive un famoso documento intitolato significativamente “Una Chiesa in Amazzonia in conflitto con il latifondo e la marginalizzazione sociale” dove si denuncia l’iniquità del latifondo come struttura sociale radicalmente ingiusta. Si torna a parlare di una riforma agraria che sia “giusta, radicale, sociologicamente ispirata e realizzata tecnicamente, senza attese esasperanti, senza intollerabili camuffamenti”.  E ancora, il documento denuncia con coraggio: “L’ingiustizia ha un nome in questa terra: latifondo. E l’unico nome vero dello sviluppo qui è la riforma agraria”.

Cosa possiamo imparare, anche a nord, da questa memoria? L’impegno pastorale e politico delle comunità del sud del mondo come quella di dom Pedro ci ricordano che, con le parole della Laudato Si’, il “grido della terra” va assieme al “grido dei poveri”. La giustizia ecologica è anche e prima di tutto giustizia sociale e viceversa. E se le chiese del nord del mondo di questo scrivono, le chiese di periferia lo hanno sperimentato direttamente: la radicalità della situazione sociale ha provocato e quasi “costretto” ad una radicalità evangelica. Oltre ad una “ecclesiogenesi” (come descrivono i teologi latinoamericani la vita della comunità credente impegnata a fianco dei poveri), quella incarnata da dom Pedro è stata un’esperienza credente in ascolto di altre cosmovisioni come quelle indigene.

 

Per un cristianesimo indigeno

E’ conosciuto l’impegno per le popolazioni indigene testimoniato dalla vita e dalle opere di dom Pedro. Quella conosciuta dal missionario spagnolo fin dagli anni ’70 del secolo scorso, del resto, è una realtà indo-afro-ibero-americana. Essa, ricorda dom Pedro, è allo stesso tempo una e plurale nelle sue ricchezze naturali, nella sua ricchezza umana, nella sua storia di martiri, di sollevazioni e di speranze. Cosa imparare oggi da questa difesa della vita e della parola indigena come l’ha interpretata dom Pedro? Che, ad esempio, è possibile esprimere l’esperienza di Dio con categorie proprie. Che il dialogo tra i due mondi culturali e religiosi, quello cristiano e quello indigeno, se reso possibile, arricchisce il patrimonio di fede di entrambi. E se dalla teologie originarie possiamo imparare il cosmocentrismo tipico della fase nomadica, quando la natura appare “sacramento” di Dio, dalla teologia elaborata nella fase sedentaria possiamo ricordare che l’essere umano non è solo creatura, ma è chiamato, come insiste la Bibbia, ad essere co-creatore. In ascolto del mondo indigeno, secondo dom Pedro è possibile, come scrive ne “Il volo del Queztal” imparare a realizzare l’ideale quetzalcoatlico dove si propone l’appropriazione comunitaria della terra, una tecnologia adeguata ma non aggressiva nei confronti della natura, l’idea del potere politico come servizio e il concetto di Dio legato alla vita del popolo. Dom Pedro ha imparato nei lunghi anni sul fiume Araguaia che si può essere cristiani senza smettere di essere indigeni, che, se capaci di accogliere la voce di proposta della teologia india, essa può diventare un contributo importante per costruire nuovi paradigmi di comprensione della realtà. Che, insomma, c’è un plurale delle fedi che è “patrimonio dell’umanità”.

 

Il plurale delle fedi

Ancora in contesti lontani, dom Pedro (e con lui quei teologi e pastori che si lasciano interrogare dalla realtà) si era reso conto della pluralità della ricerca di senso espressa anche in un territorio sempre meno mono-confessionale come quello brasiliano e latinoamericano in genere. Con la riflessione sulla spiritualità della liberazione, titolo di un’opera scritta assieme all’amico teologo Josè Maria Vigil, dom Pedro ha infatti proposto il concetto di macroecumenismo. In origine, l’espressione veniva associata allo spirito di “apertura” e “accoglienza”, presente nella spiritualità liberatrice, ed esprimeva l’accoglienza di Dio solo grande, presente e disponibile nella storia dei popoli, anche prima dell’arrivo dei missionari. In questo “ecumenismo integrale”, Dio rivela la sua generosa universalità: “Dio è ecumenico, non è razzista, né è identificabile con nessuna etnia e nessuna cultura. Dio non si da a nessuno con esclusività”, come si scrive nell’opera ricordata.

Cosa imparare da questa lezione al plurale per il futuro che abbiamo davanti? Come ricorda dom Pedro, è questo il tempo di passare dall’intolleranza religiosa al pluralismo religioso: non si può più vivere come se il Dio degli altri non esistesse. Il “Dio dai molti nomi” è una scoperta che fa ricca le fedi. Il pluralismo religioso di cui si parla in terra latinoamericana non è solo di fatto, ma anche e soprattutto di principio. Come ricorda dom Pedro, proprio il pluralismo delle fedi aiuta a relativizzare ciò che è relativo e assolutizzare ciò che è assoluto. O ancora aiuta a capire, come era solito dire, che “tutto è relativo tranne Dio e la fame”. Pluralismo delle fedi è cosa voluta da Dio. O meglio, come afferma con coraggio il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato da papa Francesco e il grande Imam Ahmad Al-Tayyeb nel febbraio del 2019, la pluralità della religioni è espressione della “sapiente volontà di Dio”. Dom Pedro lo aveva imparato sulle strade rosse della sua terra nordestina.

 

Marco dal Corso

 

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