LA “DOTORA”  CHE FORMA  GENERAZIONI DI OPERATORI SANITARI VOLONTARI

L’attività sanitaria di  Mariella Anselmi in Ecuador

Non ama le interviste soprattutto se tendono ad accumulare elogi su elogi. Lei, infatti, è una donna normale, professionista nel mondo della sanità, ma forse non è del tutto “ordinario” che i suoi quarant’anni da medico li abbia tutti vissuti tra gli impoveriti dell’Ecuador, a formare operatori sanitari nella provincia di Esmeraldas con i suoi tre distretti di Borbon, San Lorenzo e Limones, ed avendo la barca come unico mezzo di trasporto. Mariella Anselmi è il suo nome, montefortiana doc, laurea in medicina a Padova nel 1977: perciò la sua gente la chiama semplicemente “dotora”. Conversiamo, alla vigilia di una sua ulteriore partenza per Esmeraldas.

  1. Mariella, qual è stato il tuo modo di essere ed agire fin dall’inizio?

Il lavoro è cominciato nel 1979. La cosa più significativa e che ha facilitato tutto, è stata che la mia presenza e quella dell’infermiera che mi accompagnava era stata richiesta dalle piccole comunità ecclesiali di base che in quel tempo ruotavano intorno alla missione di Borbon. Ci avevano segnalato tra i problemi più grossi della popolazione la completa assenza di un servizio sanitario e quindi richiedevano insistentemente al Vescovo l’invio di persone che potessero aiutare ad affrontare tali problematiche. Il fatto di essere “attese” è stato decisivo. La popolazione di quella zona era abbastanza isolata sia per mancanza di strade, ma soprattutto perché non iscritta all’anagrafe, non esistendo un registro civile: erano come “invisibili” e nessuno si interessava di loro. A Borbon in quel periodo c’era estrema povertà; adesso un po’ meno, anche se la gente soffre di una grave difficoltà di accesso ai beni sia per le notevoli distanze, come anche perché ogni comunicazione è condizionata dalla precaria situazione climatica-ambientale, e può avvenire solo via fiume. Aggiungi le piogge torrenziali che non permettono di risalire i fiumi, o i mesi di totale siccità con le sue conseguenze…tutto questo si chiama isolamento.

  1. Come premessa, mi pare che non è affatto esaltante: allora i primi passi…

Ci siamo dette: dobbiamo capire i bisogni; per cui il primo anno l’abbiamo dedicato a girare tra le comunità per riunirle e capire quali fossero le urgenze sanitarie più importanti, sapere da loro che cosa si aspettassero e quali fossero le loro proposte. Dopodiché siamo arrivati ad un accordo comune: dato l’isolamento della zona, bisognava contare solo sul personale del posto, e quindi abbiamo deciso di puntare sulla formazione del personale locale: eravamo “fuori del mondo” e non potevamo sognare che i professionisti della salute lasciassero i loro posti sicuri e retribuiti nelle città: la partecipazione della comunità al miglioramento delle condizioni sanitarie locali, sembrava un sogno, ma dalla gente stessa è venuto lo stimolo decisivo. Identificare con la gente i problemi prevalenti, definire il da farsi, raccogliere le risorse umane disponibili, dedicare un tempo a valutare le modalità, ci ha portato al passo decisivo: “formare facendo, e fare formando”; così è iniziata la formazione dei promotori prima nelle comunità più sensibili e poi progressivamente - nella misura in cui le altre comunità vedevano il lavoro che c’era da fare – si aggiungevano nuovi promotori fino ad averne una sessantina nella zona di Borbon ed una trentina nella zona di San Lorenzo.

  1. Quali malattie avete dovuto affrontare prima di tutto?

All’inizio le classiche malattie delle zone tropicali, equatoriali e quindi: malaria … la malnutrizione dei bimbi fino a cinque anni… e poi tutte le forme di parassitosi intestinali, respiratorie ecc., sono quelle che causano il maggior numero di casi di morte; poi progressivamente - nella misura in cui queste malattie, con l’intervento comunitario vengono controllate, si riduce la mortalità, anche se però poi si presentano sempre nuovi casi...

  1. Scusa, Mariella, ma in definitiva come si esprime questo “intervento comunitario”?

L’intervento comunitario consiste, prima di tutto da parte nostra - dell’équipe - nel far capire alla comunità le cause del problema e dove intervenire per eliminarlo o controllarlo: è cioè un grande lavoro di sensibilizzazione, educazione, comunicazione attraverso materiali, giochi e varie attività; un nostro sforzo notevole, ma in definitiva la parte meno pesante. Una volta che la comunità ha chiaro qual è il problema e cosa bisogna fare, si fa subito la suddivisione dei compiti: cosa fa il promotore di salute, qual è il compito della comunità e qual è il compito nostro di equipe: ognuno ha il suo ruolo. Facciamo un esempio: per quanto riguarda la malaria il compito del promotore è quello di fare l’esame febbrile e dare la prima fase del trattamento, poi in base al risultato dell’esame - che nel frattempo viene mandato al centro di salute attrezzato – si completa il trattamento. Quindi compito nostro è la vigilanza su tutti i casi di febbre della comunità per garantire il rifornimento dei farmaci e dei materiali, mentre il compito della comunità è quello di identificare intorno al villaggio i luoghi dove cresce la zanzara e quindi di eliminarla … o drenando o mettendo il petrolio… o incrementando la crescita di  pesciolini che mangiano le larve delle zanzare … o usando intelligentemente le zanzariere: compito questo delle donne che  confezionano le zanzariere e alle quali noi forniamo l’insetticida con cui impregnarle… e poi – altrettanto determinante - periodicamente si valuta lo stato di avanzamento dell’intervento. E nella zona di intervento la malaria è sparita.

  1. Una battaglia vinta è anche quella contro l’oncocercosi, una grave malattia della vista.

A parte la prima fase (i primi 7 o 8 anni) in cui era fondamentale avere l’idea di quante persone ne  fossero colpite (quindi sensibilizzazione e controllo di tutte le persone con i parassiti sotto la pelle, avere un censimento controllato, togliere i noduli dove crescono i parassiti adulti con una campagna di microchirurgia), il secondo passo è stato  quello di arrivare al farmaco: ne abbiamo scoperto uno nuovo con cui ogni persona viene trattata due volte all’anno. Per poter avere  - però -  un risultato,  da una parte abbiamo convinto la gente che  tutti – assolutamente tutti e non solo le persone infettate - nessuno escluso, dovevano prendere regolarmente il farmaco perché la malattia riguarda tutta la comunità, e dall’altra parte i promotori di salute dovevano compiere un grandissimo lavoro di assistenza almeno due volte l’anno: in vent’anni la malattia è stata debellata nella zona in cui abbiamo operato.

  1. Un lavoro che ha superato i confini: parlami del Burkina, della Bolivia….

Innanzitutto la cabina di regia di  tutto il lavoro è il Ce.co.me.t.  ossia il Centro di Epidemiologia COmunitaria e di MEdicina Tropicale di Esmeraldas, che è lo sviluppo – a livello governativo- del lavoro sanitario nelle comunità.  Con il  Mlal (la ONG con la quale ero partita nel 1979 ) nel 2007 abbiamo stipulato un accordo di collaborazione per un progetto  in Burkina, per esportare il metodo di lavoro comunitario. Un'altra collaborazione l’abbiamo con la Bolivia dove un gruppo di mamme contadine hanno tracciato un cammino: dedicano il loro tempo con gratuità a realizzare questo stile comunitario di servizio. Uno stile premiato  dalla Commissione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha  riconosciuto che la strategia dei promotori di salute iniziata 40 anni fa  è una strategia vincente.

Sergio Marcazzani

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