QUALE FUTURO PER L'AFRICA DOPO COPENAGHEN?

 
 

Una ridda di pareri molto diversi - da alcuni positivi e non privi di speranza soprattutto per gli sviluppi futuri ad altri di dura e irrimediabile condanna - continuano a svilupparsi dopo la conclusione dei lavori della “XV Conferenza delle Parti della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici” (Cop 15), più semplicemente nota come ‘Vertice di Copenaghen sul clima’ aperta il 6 dicembre e di fatto conclusa il 19 dicembre 2009, un giorno oltre la data prevista e dopo una sessione plenaria protrattasi senza interruzione per 14 ore. È comunque parere diffuso tra tutti che il documento conclusivo in 12 punti, non essendo vincolante né sul piano legale né su quello politico - a meno di successivi e più concreti sviluppi nei prossimi vertici sul clima previsti a Bonn, in Germania tra sei mesi e quindi in Messico entro un anno - offrirebbe in pratica soltanto la certezza di un ‘fondo per il clima’ da 30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012 e di 100 miliardi di dollari annui entro il 2020. Uno strumento utile - sottolineano alcuni osservatori - solo a patto che le somme non vengano prelevate dalle risorse internazionali già destinate alla lotta alla povertà. Non contenendo obiettivi precisi di riduzione delle emissioni di gas nocivi nell’atmosfera e non essendo stato votato per consenso ma solo accettato dalla plenaria della Conferenza “prendendone nota”, il cosiddetto “Accordo di Copenaghen” fa dire al presidente americano Barack Obama, “accordo significativo ma non basta'', al Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, “faremo di tutto perché l'accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010” e al capo negoziatore dell’Onu e Segretario esecutivo della Convenzione Onu (Unfccc), Yvo de Boer, che si tratta “solo una lettera di intenti per cui abbiamo ancora molto lavoro da fare”. Secondo Elena Gerebizza della Crbm (Campagna per la riforma della Banca mondiale)/Mani Tese, si tratta di un “un testo inaccettabile sia in termini di riduzioni di emissioni che di finanziamenti pubblici, due punti su cui il documento finale ha fatto un flop clamoroso, che costerà milioni di vite umane ai paesi africani e a quelli più esposti ai cambiamenti climatici, come Tuvalu e gli altri piccoli stati insulari, o quelli desertici come il Sudan e di alta montagna quali il Nepal o la Bolivia”. La Gerebizza aggiunge: “Nei prossimi tre anni saranno garantite loro solo briciole. Non è chiaro come e se i 30 miliardi fino al 2012 citati nel documento finale saranno raccolti. Anche i promessi 100 miliardi l’anno tra il 2012 e il 2020 sono comunque molti meno di quelli richiesti dalle stesse Nazioni Unite e dai paesi del Sud del pianeta. Finanziamenti insufficienti, che non garantiscono nemmeno la metà dei 500 miliardi all'anno richiesti dai paesi poveri per sopperire ai costi di adattamento e mitigazione più impellenti, oltre a rischiare di aumentare il debito estero delle realtà già duramente colpite dalla crisi economica e finanziaria. Da Copenaghen emerge la malafede dei governi europei, che hanno adottato in una sede multilaterale come quella delle Nazioni Unite gli stessi metodi usati nel negoziato sul commercio, in fase di stallo da oltre sei anni per gli stessi motivi. Quella commerciale, come quella climatica, sono questioni che si possono risolvere solo a livello multilaterale, e unicamente se Europa e Stati Uniti accetteranno le proprie responsabilità e saranno disposti a negoziare ad armi pari con tutti gli altri”.

(da “MISNA” del 19 dicembre 2009)