Aprirsi all'incontro con l'altro

 
 

Vivere l’esperienza di Chiesa dove c’è necessità, senza porsi limiti di spazio, di gruppi e di realtà, è un credo imprescindibile per don Luca Mainente, uno dei missionari veronesi impegnati nella missione diocesana di São Luis, in Brasile. Lo abbiamo incontrato durante un breve soggiorno a casa, per farci raccontare la sua esperienza.
 
Don Luca, la missione di São Luis sta per compiere cinque anni; possiamo trarre un primo bilancio di questa esperienza?
Da cinque anni lavoriamo in maniera stabile per realizzare il progetto della costituzione di una parrocchia. Abbiamo iniziato in due, don Daniele Soardo e io, nel 2004. Due anni più tardi è arrivato don Claudio Vallicella, nel 2008 don Orazio Bellomi e una comunità di suore di San José. Lo scorso gennaio, la parrocchia è stata arricchita dalla presenza della famiglia Annechini. Cinque anni movimentati! Il primo impegno è stato quello di strutturare la vita della parrocchia, con una certa organizzazione, un certo ritmo, dati da celebrazioni, incontri di formazione, attività e organi vari, come il consiglio pastorale comunitario. Parallelamente è stato necessario anche un lavoro di creazione delle infrastrutture e degli spazi necessari alla vita parrocchiale.
                                                                                              
Com’è la realtà di São Luis?
È una realtà molto grande, che conta 60.000 abitanti; la nostra parrocchia raggiunge circa l’1% di questi, quindi agli incontri accogliamo circa 600, 700 persone. Numeri importanti, ma vogliamo ampliare il numero di fedeli coinvolti nell’attività missionaria attraverso un contatto diretto con le persone, fino ad andarle a trovare belle loro case, e cercando di rendere i gruppi e le attività già esistenti sempre più aperti a nuovi partecipanti. Già lo scorso anno abbiamo puntato sull’aspetto missionario della pastorale inteso come contatto con la realtà delle persone, concetto che sarà riaffermato e magari nuovamente articolato quest’anno, con attività stabili e permanenti, come gruppi di preghiera, di studio della parola di Dio. Questa modalità di approccio dovrebbe caratterizzare tutte le dimensioni: quella catechetica e quella della pastorale giovanile, familiare e dei detenuti. L’approccio diretto deve essere continuo, perché in un luogo caratterizzato da una forte mobilità ci sono sempre nuove persone e, nonostante geograficamente ci si ritrovi piuttosto vicini, i contatti non sono poi così frequenti.
 
Come reagiscono le persone a questo approccio diretto dei missionari?
La gente accetta volentieri l’incontro, anche quando appartiene ad un’altra chiesa. Lo scorso 23 agosto, per esempio, abbiamo festeggiato, in parrocchia, la giornata della gioventù; una delle attività consisteva nell’andare a fare visita nelle case per invitare i giovani a partecipare alla parte finale della giornata. La sorpresa è stata l’esser riusciti a mettere insieme una cinquantina tra giovani e famiglie di altre chiese. È bello vedere che la gente accetta di incontrarci e di collaborare; c’è anche chi ci dice che aspettava il nostro invito, perché voleva conoscere la nostra realtà.
 
Siete molti attivi anche da un punto di vista sociale…
Tutte le attività a taglio sociale e di promozione umana che svolgiamo sono strutturate e coordinate da una fondazione che abbiamo creato circa un anno fa. La volontà era di dare un’identità anche giuridica al coordinamento delle attività, in modo da garantire un certo controllo e impegno da parte di chi partecipa, anche nel coinvolgimento di altre persone. A fine settembre, gli organi brasiliani competenti hanno attuato un controllo sulla fondazione, per verificare che le persone responsabili siano coscienti di agire in un ambito di questo tipo. È una verifica necessaria, perché, come in tutto il resto del mondo, anche in Brasile c’è chi dietro alla facciata di fondazioni nasconde attività di altro tipo o, di fatto, non fa nulla di quanto preventivato.
Da un punto di vista organizzativo, la fondazione mira a condividere responsabilità e modalità di gestione con la gente del posto. Sono persone bisognose, certo, ma possono e devono imparare a gestire e promuovere azioni sfruttando, in senso buono, le risorse e le possibilità locali, che non sono certo poche.
 
La presenza di una famiglia di missionari laici, in questo caso la famiglia Annechini, come “influenza” la missione?
Per me e per gli altri sacerdoti è un’esperienza nuova ed estremamente stimolante, che ci aiuta a ricordare che noi, preti missionari, non possiamo coprire da soli tutta la sfera della missionarietà. La loro presenza diventa un segno concreto, che sottolinea come la missione sia di tutta la Chiesa, non solo di religiosi o religiose. Per noi diventa un modo per comprendere maggiormente la dimensione della missione, avendo anche lo stimolo, che diventa quasi una sfida, di vedere le cose a partire da un nuovo punto di vista, quello di una famiglia, che con gli abitanti di São Luis condivide momenti da cui solitamente noi sacerdoti siamo esclusi, come l’accompagnamento dei figli a scuola o la condivisione dei loro momenti di gioco. Essendo però il nostro gruppo composto da quattro preti e da una famiglia di sei persone, e quindi piuttosto numeroso, dobbiamo stare attenti a non chiuderci all’interno del nostro stesso gruppo. È un rischio che esiste effettivamente e ne siamo coscienti.
 
Come evitare questo problema?
Con iniziative che mirino a una sempre maggiore condivisione con gli abitanti della nostra parrocchia. Si tratta di alcune piccole, timide attività, che possono però aiutare. Un giorno a settimana ci riuniamo noi preti, Paolo Annechini, sua moglie Luisa, e altri della parrocchia, per riflettere sulla Parola di Dio della domenica. Una lectio un po’ “artigianale”, ma un momento di incontro importante per entrare sempre più in contatto con gli altri parrocchiani anche al di là di quegli organi istituzionali, come il consiglio pastorale, che solitamente hanno questa funzione. Così, si può pensare la missione insieme alle persone del luogo, in un’unione tra laici e religiosi.
Penso quindi che il futuro della missione sarà sempre più caratterizzato dalla creazione di sinergie. Serve tempo, ci si deve abituare e a volte non è facile collaborare quando si hanno mentalità diverse, ma penso che sia un passo indispensabile per esprimere una chiesa davvero missionaria.
 
Cosa significa per lei essere missionario?
Significa essere disponibile a vivere l’esperienza di Chiesa dove c’è necessità, senza porsi limiti di spazio, di gruppi e di realtà. La dimensione missionaria è sempre stata, per me, legata all’esperienza dell’essere prete, che prevede quindi il confronto con delle strutture, con una diocesi, con l’istituto dell’incardinazione; non sono però questi gli elementi fondanti. Quello che è fondamentale è che si diventa uno strumento. La missione, quindi, può essere vissuta a Verona, a São Luis o in qualsiasi altra diocesi, italiana o meno. Certo, la dimensione della missione è generalmente caratterizzata nell’immaginario comune dall’inserimento in una nuova cultura e sicuramente un cambiamento così grande di visioni e abitudini, come quello legato al trasferimento in un altro continente, è una provocazione molto più forte rispetto al semplice trasferimento in un’altra diocesi del proprio paese. La dinamica, però, è la stessa: la dimensione missionaria richiede in ogni caso di essere attenti a una realtà che ha una sua storia, una sua tradizione, una sua esperienza, e di essere disponibili a incarnare il Vangelo in quella situazione. La missionarietà non sta nel fare chilometri e chilometri, ma è quella disponibilità a incontrare le persone, a condividere e a vivere insieme la sfida del Vangelo. La missione di per sé, ovunque venga fatta, chiede sempre di fermarsi, di conoscere la realtà, di tentare di capirla, di amarla, e lasciarsi toccare dentro. Questa è una dinamica permanente nella vita delle persone che vogliono rimanere in contatto col Vangelo.
 
 
Francesca Mauli