Progetto di pastorale missionaria 2009-2010

 
 

OLTRE IL SOLITO CERCHIO
ALLARGHIAMO LA CERCHIA
PROGETTO DI PASTORALE MISSIONARIA 2009-2010
 
 
Introduzione
 
Nell'anno pastorale 2008-2009 abbiamo iniziato un cammino di riflessione e di rinnovamento dell'animazione missionaria, che ha suscitato un certo senso di novità e quindi una notevole accoglienza e adesione. Abbiamo iniziato, infatti, un percorso, dal titolo “Quale animazione, per un volto missionario delle nostre comunità”, riprendendo gli stimoli della nota pastorale della CEI, del 30 maggio 2004, dal titolo: “Il volto missionario delle parrocchie, in un mondo che cambia”.
Nel ripensare il ruolo dell'animazione missionaria all'interno delle comunità, abbiamo messo in evidenza che, in questo mondo che cambia, i gruppi missionari devono assumere sempre più il ruolo di “lievito”, e di “ponte”. “Lievito” che aiuta tutta la comunità a ripensare se stessa e la propria azione pastorale in stile missionario. “Ponte” di collegamento con l'esperienza dei missionari “ad gentes”, perché essa diventi “orizzonte e paradigma” della nostra azione missionaria, in questo mondo che cambia.
La proposta di questo nuovo anno pastorale non è radicalmente nuova. Abbiamo percepito, infatti, che, proprio per le novità che quel progetto pastorale ha voluto mettere in campo, è importante rispettare i tempi, necessariamente lunghi, di assimilazione e maturazione che ogni novità richiede. In questo nuovo anno pastorale, quindi, vogliamo dare continuità a quel percorso, con perseveranza, pazienza e capacità di approfondimento.
 
Nella verifica finale dello scorso anno pastorale abbiamo avuto la sensazione di aver imboccato una strada che può veramente aiutare a rinnovare i nostri gruppi missionari sia a livello di parrocchia che di vicariati. Un primo segno di questa positiva accoglienza è stata la richiesta di un buon numero di gruppi di ripresentare il progetto di pastorale missionaria sul territorio, nella loro parrocchia o nel loro vicariato: è segnale che c’era il desiderio di condividerla in maniera più ampia. Altro segnale positivo è stato l'impegno di vari gruppi di portare quel progetto al Consiglio Pastorale Parrocchiale per farne tema di riflessione condivisa, in qualche caso, anche per più di un incontro. È il segnale che le nostre parrocchie sentono il bisogno di trovare nuove strade per riscoprire il proprio volto missionario ed esprimerlo nelle proprie scelte pastorali. E diciamo che l’accoglienza ricevuta dal nostro progetto di pastorale missionaria dello scorso anno ci ha dato prova che i tempi sono maturi, che c’è sensibilità su questi temi.
 
Sempre ripensando al cammino fatto lo scorso anno, soprattutto in riferimento al periodo novembre-marzo, in cui abbiamo suggerito ai gruppi di tentare qualche esperienza concreta in questo nuovo stile di pastorale missionaria, abbiamo constatato la fatica del passaggio dalla riflessione alla pratica. Abbiamo colto, pur nella positività delle esperienze messe in atto, la fatica della concretezza, che noi stessi non avevamo sufficientemente preventivato. Tali esperienze, infatti, non volevano e non dovevano essere riservate ai gruppi, ma dentro alla vocazione del gruppo missionario ad essere “lievito”, richiedevano un coinvolgimento più ampio della comunità o di alcuni suoi settori. Era necessario pertanto prevedere e gestire numerosi passaggi graduali e allo stesso tempo numerose attenzioni e delicatezze, che non si possono improvvisare.
 
Nella proposta di pastorale missionaria di questo nuovo anno, riprendiamo, pertanto, lo stesso ambito del volto missionario delle nostre comunità e l’approfondimento del ruolo che il gruppo o la commissione missionaria parrocchiale o vicariale deve avere, perché le nostre comunità riscoprano il loro volto missionario.
 
1. OLTRE IL SOLITO CERCHIO: ALL’ORIGINE DELL’ESPERIENZA MISSIONARIA
 
Per iniziare la riflessione, vorrei riprendere quell’abitudine che abbiamo assorbito per molti decenni e che facciamo fatica a scardinare, anche perché è diventata mentalità comune anche al di fuori dell’ambiente ecclesiale.
Quando noi diciamo “esperienza missionaria”, “servizio missionario”, animazione missionaria”, … la gente in generale, anche in ambiente laico, pensa immediatamente che noi siamo un paese ricco, fortunato, che ci sono dei paesi molto poveri e che, poverini, li dobbiamo aiutare. Quindi immediatamente scatta l’idea dell’aiuto economico e della solidarietà, che certamente non è un male. Il problema è quando si pensa che sia solo questo! Quando si riduce la dimensione missionaria solo a questo!
Ci chiediamo allora: “Cosa c’è all’origine dell’esperienza missionaria?”: la compassione per i poveri? La voglia di fare qualcosa per gli altri? La voglia di esperienze “diverse”?
Credo che su questo dobbiamo farci anche qualche esame di coscienza, quando, nelle nostre comunità il gruppo missionario serve solo a raccogliere fondi e viene considerato e vissuto come un gruppo “caritativo”!
Dobbiamo ritornare a chiederci: “Perché noi siamo missionari?”: per nostra iniziativa? Per spirito di generosità? Per spirito di avventura? O c’è qualcosa di più sostanziale, di più profondo all’origine della nostra esperienza missionaria?
La testimonianza di S. Paolo ci aiuta ad andare alle origini! (cf. Rm 1,1-7)
Paolo non parte per i suoi viaggi missionari per iniziativa propria, per generosità, o per spirito di avventura. È la chiamata che viene dall'alto che lo invia (cf. At 13,2) ed è lo Spirito che continuamente lo guida (cf. At 16,6-10). Non basta la buona volontà, la generosità o la compassione verso i più poveri, per essere missionari!
S. Paolo dice: “Io sono Apostolo per…”. Non per generosità, per una realizzazione personale, per fare qualcosa per gli altri, per qualcosa che viene da dentro; ma per qualcosa che viene dall’alto: “Paolo, servo di Gesù Cristo, Apostolo per vocazione !” (Rm 1,1). E poco dopo aggiunge: “… anche voi, chiamati da Gesù Cristo” (Rm 1,6). Questa è l’origine! È da qui che nasce l’esperienza missionaria: dal momento in cui sentiamo che, come cristiani, come battezzati, non possiamo non essere missionari.
Ricordiamo quante volte viene ripetuto il concetto: “La Chiesa è per sua natura missionaria”: ciò significa che o è missionaria, o non è la Chiesa voluta da Cristo. Lo diciamo. Ma non sempre ne prendiamo coscienza. E non sempre, tale coscienza sostiene e motiva il nostro impegno quotidiano di cristiani.
“La Chiesa è per sua natura missionaria”. Ogni battezzato per sua natura è chiamato dall’alto, per vocazione, ad essere missionario. La vocazione missionaria ha origine nel Battesimo. Per questo siamo chiamati ad essere tutti missionari.
Perché questa chiamata dall’alto, non rimanga pura teoria, ma venga realmente percepita e vissuta, è necessario che, all'origine dell'esperienza missionaria dei singoli, dei gruppi, delle commissioni, delle comunità, ci sia una profonda esperienza di fede e di vita spirituale.
 
2. NON DA SOLI, MA IN STILE DI CORRESPONSABILITA’
 
Quello che si percepisce nella nostra realtà ecclesiale è che noi, animatori missionari siamo in un certo senso un gruppetto isolato rispetto alla comunità, una nicchia. La dimensione missionaria, nelle nostre comunità, viene spesso dimenticata o lasciata come appendice. Spesso il gruppo missionario vive una forma di isolamento rispetto alla comunità. Come del resto, la difficoltà a coinvolgere altre persone nell’attività del gruppo missionario viene percepita e vissuta come un certo isolamento.
Questo isolamento snatura in un certo senso la nostra identità e il nostro servizio. Perché noi non siamo chiamati a proporre qualcosa in più, nella comunità, ma siamo chiamati a risvegliare ed alimentare una dimensione fondamentale e costitutiva: la dimensione missionaria!
 
Quello che possiamo e dobbiamo tentare in questo anno pastorale, che possiamo porci come obiettivo, è cercare il modo concreto per rompere questo isolamento, per uscire da questo isolamento. Non possiamo, non dobbiamo accontentarci di essere un gruppetto di nicchia!
E questo viene alimentato dalla convinzione che non siamo missionari solo per passione, ma che lo siamo per una vocazione che viene dall’alto.
Per rompere allora questo “solito cerchio” non ci accontentiamo semplicemente di farci pubblicità, perché altri “vengano”, perché altri aderiscano… ci ritroveremmo semplicemente ad aver allargato il nostro cerchio, ma rimanendovi comunque sempre chiusi dentro, isolati rispetto al resto della comunità! È necessario romperlo questo cerchio! È necessario “andare” oltre il solito cerchio.
Da notare che lo slogan che ci siamo dati come guida per questo anno pastorale è composto di due parti: “Oltre il solito cerchio” è la prima parte, quello che abbiamo appena commentato.
Ma c’è una seconda parte che dice: “Allarghiamo la cerchia!”.
Il cerchio induce a pensare ad uno spazio chiuso, limitato, con delle barriere che lo delimitano. La cerchia richiama di più l’ambito delle relazioni. Noi parliamo, per esempio, della “cerchia di amici”, intendendo così una serie di relazioni che non si limita ad un circolo chiuso, ma che è in continua evoluzione e in possibile continua espansione.
Cosa possiamo fare per “allargare la cerchia”? Per rispondere a questa domanda cogliamo ispirazione dal progetto pastorale che il nostro Vescovo propone per quest’anno a tutta la diocesi e che è fondato sul tema della “Corresponsabilità”. Se l’impegno missionario non è riservato al piccolo gruppo missionario, ma è dimensione costitutiva della vita di tutta la comunità deve essere vissuta dal gruppo missionario in stile di Corresponsabilità con il resto della comunità cristiana.
Nella sua omelia ai presbiteri, nel giovedì santo, presentando il progetto pastorale, il vescovo diceva ai sacerdoti: “ … siamo a servizio dei nostri fratelli. Ciò non significa che si debba abdicare al nostro compito specifico e all’esercizio dell’autorità che ne fa parte. Implica e richiede però che questo compito e questa autorità siano protesi per far crescere la maturità della fede, la coscienza missionaria e la partecipazione ecclesiale dei laici, …”. Il vescovo, parlando del servizio dei preti elenca tre cose: la maturità della fede, la coscienza missionaria e la partecipazione ecclesiale. Volevo farvi apprezzare che, nelle parole del vescovo, la maturazione della coscienza missionaria fa parte del servizio dei preti e viene posta al secondo posto, dopo la maturazione della fede e prima della crescita della partecipazione ecclesiale! La coscienza missionaria non è stata posta per ultima, come di solito avviene, come appendice, ma in posizione centrale, che è la collocazione che merita!
Più avanti, il vescovo ci richiama gli atteggiamenti della corresponsabilità. Mi sembra importante ricordarli, perché possono essere gli atteggiamenti che ci aiutano a rompere il nostro solito cerchio.
Per riuscire a rompere il cerchio e a vivere la corresponsabilità dentro alla comunità e con i nostri preti e far sì che l’animazione missionaria non sia solo nostra, ma condivisa con tutta la comunità, ci vuole:
  1. stima reciproca
  2. atteggiamento di ascolto. “…. in modo da poter riconoscere insieme i segni dei tempi (PO 9)”
  3. relazioni fraterne
  4. valorizzazione dell’altro
  5. farsi un credito di fiducia
  6. atteggiamento di umiltà
  7. nell’umiltà si consolida anche il senso della fraternità
  8. sviluppare la capacità di lavorare insieme “… in un progetto di Chiesa che sa guardare oltre i gusti personali e sa pensarli nell’insieme”
  9. quella virtù che il Concilio definisce “urbanitas” (PO 3): “un tessuto di gentilezza, di cordialità, di affabilità, di delicatezza, di nobiltà, di benevolenza, di dolcezza nel trattare con le persone, che sentirebbe stridente e insopportabile ogni forma di grossolanità e di mancanza di rispetto e di attenzione, sia da parte dei presbiteri e diaconi sia da parte dei laici”.
  10. il tutto irrorato e fecondato dalla preghiera reciproca.
In seguito il vescovo sottolinea le varie opportunità che la vita della comunità cristiana ci offre, nelle quali possiamo attuare quegli atteggiamenti di corresponsabilità. Non commento tutte le opportunità citate dal vescovo, ma ne voglio mettere in evidenza una: il Consiglio Pastorale Parrocchiale. Ecco l’opportunità che mi sembra fondamentale e indispensabile per uscire dal solito cerchio e far sì che tutta la comunità prenda coscienza della sua vocazione missionaria.
Mi piace sottolineare infine un’altra frase scritta dal vescovo nel suo progetto pastorale: “Un’ultima opportunità di comunione effettiva e fattiva tra presbiteri e laici si può trovare proprio nell’apertura delle nostre comunità ad un autentico respiro missionario universale e nel vivere insieme il servizio verso le persone più povere….”
 
3. ALLARGARE LA CERCHIA
 
In quest’anno noi vogliamo imparare ed esercitarci ad “uscire”.
Uscire dal solito cerchio, uscire dalle solite attività, dal solito calendario.
Non solo uscire da noi stessi: ma uscire “verso”. Non solo verso gli altri della stessa comunità! Ma anche, insieme alla comunità, verso coloro che in comunità non ci stanno, non si identificano, non si sentono coinvolti. Chissà … se andiamo loro incontro … possiamo forse fare miracoli!
“Uscire verso …” sì. Ma con attenzione: verso chi? Verso i poveri? Verso i peccatori?
Quando noi diciamo di uscire, di andare verso i poveri, rischiamo già di porci su piani diversi. Noi siamo i generosi che vanno verso i poveri … poverini! Ma i missionari ci insegnano una cosa fondamentale: che non possiamo e non dobbiamo camminare “verso” i poveri, ma “con” i poveri, al loro fianco, dicendola con il Sinodo Diocesano, farci “compagni di viaggio”! Perché anche i poveri hanno delle ricchezze, delle risorse che noi neppure immaginiamo. E se ci mettiamo al loro fianco, nel reciproco rispetto della dignità di ciascuno, riusciamo a unire le nostre risorse con le loro risorse e insieme promuovere percorsi di reciproca crescita e reciproco arricchimento. Tutti i missionari che rientrano ci testimoniano questo dicendo: “Sono andato per dare ed è più quello che ho ricevuto che quello che ho potuto dare!”.
Altro atteggiamento da evitare: usciamo verso chi? Verso la pecorella smarrita! E sotto sotto si coltiva un sottile giudizio: “Quella persona là, che si è persa, è un peccatore … da redimere!”. Allora gli facciamo fare un esame di coscienza, lo convinciamo che deve cambiare e così ritorna sulla retta via! Ma non è questo lo stile missionario! Gesù, quando ha incontrato Zaccheo, non gli ha detto: “Sei un peccatore! Convertiti!”. Lo stile missionario non ci permettere di vedere gli altri come pecorelle da redimere! Gesù è andato incontro a Zaccheo trattandolo da fratello. E’ proprio perché l’ha trattato da fratello che Zaccheo ha preso coscienza ed ha fatto il suo cammino di conversione. Non perché Gesù l’ha convertito, ma perché l’ha incontrato da fratello!
Lo stile missionario è quello di considerare gli altri, semplicemente, dei fratelli da amare! Che siano poveri, che siano peccatori, che siano qualsiasi cosa … questo non ha importanza. Se vogliamo andare “verso” gli altri da missionari, possiamo farlo solo andandoci da “fratelli”.
Pertanto in quest’anno vogliamo aiutarci ed esercitarci a fare questo: uscire dal solito cerchio e allargare la cerchia, nel senso di creare nuove relazioni, andando incontro agli altri come fratelli.
Ci aiuteremo a vivere delle “esperienze di incontro” in stile missionario, cioè “esperienze di incontro tra fratelli”.
 
 
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