Anno sacerdotale: dedichiamolo anche alla missione!

Abbiamo incontrato don Giulio Girardello, che quest’anno festeggia i 50 anni di sacerdozio, durante la sua breve vacanza-ritiro sulle pendici del Monte Baldo. Gli abbiamo posto alcune domande sul valore missionario di una vita dedicata al ministero sacerdotale e, sulla scorta della sua lunga esperienza maturata nell’ambiente missionario, abbiamo cercato di analizzare la nostra realtà odierna.
D. Cinquant’anni di sacerdozio, frutto di una vocazione missionaria?
R. Una vocazione che è maturata nello spirito del Concilio Vaticano II. Poi il sessantotto, con l’esempio dei preti operai francesi. Ricordo il cardinale Pellegrino, allora arcivescovo di Torino, che aveva assunto un po’ la responsabilità di portare la Gaudium et Spes nei vari ritiri per preti ad uno dei quali ho partecipato anch’io, e la grande riflessione che faceva riguardava “questa Chiesa che oramai si è proiettata nel mondo, una Chiesa per il mondo, a servizio del mondo e quindi preti per il mondo, spinti da una vocazione di testimonianza e di evangelizzazione per il mondo”. Si respirava il clima spirituale animato da testimoni come alcuni vescovi che accompagnavano l’esperienza dei preti operai francesi, così come di Charles Foucauld.
Ma anche nella nostra Chiesa di Verona lo spirito missionario era molto vivo ed io stesso sono cresciuto nella parrocchia della mia infanzia, quella di san Tommaso, immerso nell’ambiente missionario: i comboniani hanno segnato la nostra diocesi, così come gli stimmatini. Così è nata l’aspirazione ad essere in continuità con un mondo missionario al quale eravamo stati educati fin da piccoli. E poi già nell’età adolescenziale e da ragazzo l’immaginazione portava ad assumere spontaneamente un’identità missionaria.
D. Nell’ambito del Sinodo diocesano (2002-2005) ha curato, per conto del Centro missionario diocesano, la pubblicazione dei 4 volumi di “Verona in missione”, una ricca raccolta di storie di vita missionaria, che compongono la storia della Verona missionaria. Quali indicazioni pastorali in chiave missionaria sono emerse?
R. Il Sinodo diocesano ha fatto una lunga riflessione sulla “compagnia” della Chiesa locale di Verona con le donne e gli uomini del suo tempo e credo che questa immagine di Chiesa compagna dell’umanità non sia stata sufficientemente, mi sembra, messa a fuoco e diventi discernimento. Credo comunque che il Sinodo sia stata questa grande riscoperta di una Chiesa compagna del mondo e davvero io ho goduto del Sinodo, pur non avendo partecipato personalmente ai lavori sinodali. È stato un grande evento missionario, che ha messo in evidenza una Chiesa locale compagna, perché, a partire dal Vangelo, accompagna l’umanità, anche nella disavventura, nella povertà della debolezza umana.
D. Qualche valutazione sulla realtà missionaria dei giorni nostri…
R. Nonostante queste importanti riflessioni proposte dal Sinodo, sembra che non ci sia stato nel mondo cattolico veronese un sufficiente adeguamento culturale. Ricordo, ad esempio, che qualche anno fa, spinto dalla curiosità, ho visitato con alcuni giovani della parrocchia, una significativa mostra presso Palazzo Forti, dedicata a “l’uomo post-moderno”, a come il mondo figurativo vede l’uomo post-moderno. Ebbene, non ha fatto cultura a Verona. Il mondo cattolico in quel momento, anche se forte dal punto di vista culturale, è parso distratto davanti a questa “provocazione”. E qui si evidenzia una Chiesa veronese molto attiva nel volontariato dove c’è la sofferenza, ma ancora carente nell’ambito della proposta culturale.
Un altro caso che mette in luce questa carenza riguarda l’incontro, in sé molto positivo, della Chiesa di Verona con l’Amministrazione comunale, in occasione del quale non si è andati oltre la semplice elencazione delle attività caritative. Mi aspettavo qualcosa di più, che si potesse entrare in dialogo, in nome dei poveri, per i poveri. Vedo una grande potenzialità che fa ricca la chiesa di Verona anche a riguardo del mondo dei poveri, ma i laici che erano presenti a quell’incontro, i consiglieri comunali, gli assessori, i gruppi laicali, quali occasioni hanno per riflettere insieme su questi temi? Trovo, in questo senso, molto convincente la proposta del movimento messo in piedi da don Luigi Adami, il “Gruppo per il pluralismo”, perché in momenti difficili a Verona era l’unico luogo in cui si poteva discutere, dove i laici potevano confrontarsi per affrontare le sfide di un tempo in cui c’era la contrapposizione Est-Ovest con la Guerra fredda ed anche le relazioni ufficiali con la Chiesa Ortodossa non sembravano certo favorire il dialogo. Sento in questo momento storico il bisogno di una riflessione sul perché molti giovani, la nostra gente, quella del cattolicesimo popolare, quella dei pellegrinaggi, sono orientati da un senso di insicurezza verso una politica poco attenta al mondo dei poveri.
D. Evangelizzazione e promozione umana: un binomio ancora imprescindibile della missione?
R. Il Concilio Vaticano II ha segnato la Chiesa di Verona, monsignor Giuseppe Carraro ha aperto con generosità la nostra Diocesi alla missionarietà espressa con i preti, i religiosi e religiose, i laici all’interno del volontariato internazionale e laici inseriti nella pastoralità, come nel caso di Cafal (Guinea Bissau) che è stata un’espressione ben riuscita di laici inseriti nella pastorale. Nella mia esperienza di accompagnamento del volontariato internazionale ho trovato innumerevoli esempi di testimonianza cristiana e di promozione umana. Sono state espressioni di missionarietà non sempre capite, a volte perché legate ad una spiccata professionalità che poteva oscurarne il valore di testimonianza. In missione viene richiesto ad un ingegnere, un medico, un agronomo, di svolgere il proprio compito con una professionalità intelligente per essere fermento e testimonianza. Di queste espressioni missionarie ne abbiamo avute a iosa!
Ancora, il Concilio Vaticano II è stato determinante nella valorizzazione del ruolo dei laici nella Chiesa e la mia esperienza di missione a Teresina, in Brasile, mi ha fatto conoscere le ricchezze ed anche i limiti delle Comunità Ecclesiali di Base. Se da un lato, cioè, le Comunità di Base hanno portato ad un maggiore coinvolgimento dei laici nella ministerialità (come ministri nell’annuncio della Parola, nella preparazione al battesimo, nella promozione della comunità ecclesiale, ecc.) in virtù del battesimo e dei carismi propri all’interno della comunità e nella carità, dall’altro lato ha creato un momento di crisi per il laicato perché lo ha in qualche modo distolto dall’impegno nel campo sociale e politico, dal vivere la sua testimonianza cristiana nella quotidianità, nella società civile, nelle amministrazioni pubbliche, nella dimensione famigliare, con la gente del rione. Anche nelle nostre parrocchie ci sono bravi laici, molto in gamba, preparati anche dal punto di vista teologico. Io stesso ho promosso insieme a dei laici nella mia parrocchia un gruppo di lettura popolare della Bibbia, ma devo comunque constatare che rimane una carenza di laici impegnati nella società, nella politica.
D. E la Chiesa di Verona dove si colloca rispetto alla corresponsabilità dei laici?
R. Da questo punto di vista va fatto un elogio allo studentato teologico per il servizio che svolge a favore del laicato, ma non è ancora sufficiente per avere dei laici pienamente partecipi della vita delle comunità, con le loro specificità ministeriali che dovrebbero trovare maggiore spazio nelle parrocchie e in altri ambiti ecclesiali.
Dal punto di vista della missionarietà dei laici, mi pare ci sia un’emergenza già evidenziata anni fa nella commissione diocesana della missionarietà, che riguarda i movimenti ecclesiali, Comunione e Liberazione, Catecumeni, Focolarini, i quali hanno assunto l’impegno della missione con le caratteristiche, i carismi dei movimenti stessi e si muovono nella universalità della Chiesa, ma la Chiesa di Verona non sembra essersene accorta. Ci sono numerosi laici appartenenti a questi movimenti che partono da Verona verso il mondo, per l’America Latina, dei quali la Chiesa di Verona non è a conoscenza perché non si è ancora aperta per accogliere queste realtà nella sua stessa esperienza missionaria.
D. E con le sette religiose in Africa e America Latina, come la mettiamo?
R. Innanzitutto non le chiamerei sette, ma movimenti attorno ad un carismatico, ad un uomo di Dio, speriamo che sia così, e sicuramente il “pentecostalismo” in Africa, in America Latina e in altre parti del mondo, è un fenomeno molto, molto importante che va accompagnato e capito. La Chiesa sta facendo un grosso discernimento sul fenomeno del pentecostalismo e del carismatismo, nato sia nell’ambito cattolico che protestante ed evangelicale. Questo fenomeno è presente, in misura limitata, anche nella nostra diocesi e bisogna attrezzarsi per seguirlo, capirlo, accompagnarlo, con simpatia e con discernimento.
Insomma, i miei cinquant’anni di sacerdozio mi dicono: “guarda il mondo a 360 gradi, perché lo Spirito va dove vuole”.
D. Oggi nelle nostre comunità cristiane locali viviamo una grossa contraddizione tra un radicato slancio missionario all’insegna della solidarietà con i poveri del cosiddetto “Terzo Mondo” e la paura, la chiusura, la non accoglienza verso le persone che provengono da quel mondo. Cosa può fare una chiesa missionaria per affrontare e superare questa contraddizione?
R. È significativo l’influsso della missionarietà, ad esempio, nelle iniziative che alcuni comuni della provincia di Verona hanno promosso, con le loro forze, in Africa e America Latina per creare piccole situazioni di cooperazione. Persino vaste realtà territoriali come la Lessinia, con le sue comunità parrocchiali, si sono messe a servizio, attraverso gli stimmatini, per fare “cooperazione” in Sudafrica. Questa cooperazione la possiamo chiamare come vogliamo, ma esprime comunque il carisma di una missionarietà che si manifesta in varie forme: la carità è carità.
Una grossa contraddizione che va messa in rilievo riguarda proprio l’atteggiamento di molte persone che compongono le nostre comunità cristiane, le quali vivono la carità celebrando con passione l’ottobre missionario, organizzando anche gruppi di solidarietà che fanno esperienze in terra di missione, ma guardano con avversione e con ostilità allo straniero. Questa è una spina che abbiamo nella nostra società e all’interno del mondo cattolico stesso. Sicuramente la categoria della paura rende ostile il mondo dell’altro. C’è un disagio dei cristiani davanti a questa contraddizione ed è importante accompagnare la gente nell’affrontare positivamente questa realtà.
Mi chiedevo, a questo proposito, se non sia urgente, forse più che rinsaldare le relazioni con le entità pubbliche civili, ripristinare anche nella nostra diocesi la Commissione Giustizia e Pace, per aiutare a fare la mediazione tra il Sinodo, nell’ottica di una Chiesa come compagna delle comunità, e situazioni concrete di disagio, per far fronte alle situazioni di precariato e di nuove povertà che stiamo vivendo e che dal livello globale si ripercuotono su quello locale.
D. L’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, intende rafforzare e rinvigorire il valore della pastorale sociale della Chiesa. In questo tempo di crisi potrebbe richiedere un supplemento di impegno missionario?
R. L’enciclica è un grande invito del Papa a ripensare in categorie nuove il nostro mondo. A questo punto la Commissione diocesana Giustizia e Pace si porrebbe il problema di come far arrivare alla gente questo pensiero sociale della Chiesa espresso da Benedetto XVI. Io mi trovo nelle mani un libretto bello ma difficile: chi ci pensa a “tradurlo” in una forma catechistica? Ci pensano i preti, o i laici? Pensiamo di riunirci come Chiesa di Verona di fronte a questa novità della dottrina sociale della Chiesa? Vedrei bene una riflessione su Verità, Giustizia e Carità.
D. C’è qualche suggestione che nasce dalla saggezza del sempre giovane prete con cinquant’anni di vita sacerdotale dedicata alla missionarietà?
R. Il compito di accompagnare l’uomo nell’esperienza della gratuità della missione, questa è una sfida che deve essere colta soprattutto in questo nostro tempo in cui sembra prevalere l’efficientismo finalizzato all’interesse personale. Che ciascuno si assuma la responsabilità di diventare discepolo di Cristo, come prete e come laico, nella gratuità.
E in questo anno sacerdotale, con l’esempio del Curato D’Ars, il recupero del valore della preghiera è essenziale per vivere l’abbandono al rapporto gratuito con Dio.
Infine vorrei puntualizzare che, secondo me, l’accoglienza dello straniero, dell’altro è un dogma, come l’accoglienza di Dio è un dogma. Non accolgo Dio nella mia vita perché lo conosco, ma perché mi si riveli. Che cos’è il Vangelo se non la fatica di accogliere il Signore nella mia vita. L’altro ha una parola da dire. L’altro è Parola.
D. Cinquant’anni di sacerdozio, frutto di una vocazione missionaria?
R. Una vocazione che è maturata nello spirito del Concilio Vaticano II. Poi il sessantotto, con l’esempio dei preti operai francesi. Ricordo il cardinale Pellegrino, allora arcivescovo di Torino, che aveva assunto un po’ la responsabilità di portare la Gaudium et Spes nei vari ritiri per preti ad uno dei quali ho partecipato anch’io, e la grande riflessione che faceva riguardava “questa Chiesa che oramai si è proiettata nel mondo, una Chiesa per il mondo, a servizio del mondo e quindi preti per il mondo, spinti da una vocazione di testimonianza e di evangelizzazione per il mondo”. Si respirava il clima spirituale animato da testimoni come alcuni vescovi che accompagnavano l’esperienza dei preti operai francesi, così come di Charles Foucauld.
Ma anche nella nostra Chiesa di Verona lo spirito missionario era molto vivo ed io stesso sono cresciuto nella parrocchia della mia infanzia, quella di san Tommaso, immerso nell’ambiente missionario: i comboniani hanno segnato la nostra diocesi, così come gli stimmatini. Così è nata l’aspirazione ad essere in continuità con un mondo missionario al quale eravamo stati educati fin da piccoli. E poi già nell’età adolescenziale e da ragazzo l’immaginazione portava ad assumere spontaneamente un’identità missionaria.
D. Nell’ambito del Sinodo diocesano (2002-2005) ha curato, per conto del Centro missionario diocesano, la pubblicazione dei 4 volumi di “Verona in missione”, una ricca raccolta di storie di vita missionaria, che compongono la storia della Verona missionaria. Quali indicazioni pastorali in chiave missionaria sono emerse?
R. Il Sinodo diocesano ha fatto una lunga riflessione sulla “compagnia” della Chiesa locale di Verona con le donne e gli uomini del suo tempo e credo che questa immagine di Chiesa compagna dell’umanità non sia stata sufficientemente, mi sembra, messa a fuoco e diventi discernimento. Credo comunque che il Sinodo sia stata questa grande riscoperta di una Chiesa compagna del mondo e davvero io ho goduto del Sinodo, pur non avendo partecipato personalmente ai lavori sinodali. È stato un grande evento missionario, che ha messo in evidenza una Chiesa locale compagna, perché, a partire dal Vangelo, accompagna l’umanità, anche nella disavventura, nella povertà della debolezza umana.
D. Qualche valutazione sulla realtà missionaria dei giorni nostri…
R. Nonostante queste importanti riflessioni proposte dal Sinodo, sembra che non ci sia stato nel mondo cattolico veronese un sufficiente adeguamento culturale. Ricordo, ad esempio, che qualche anno fa, spinto dalla curiosità, ho visitato con alcuni giovani della parrocchia, una significativa mostra presso Palazzo Forti, dedicata a “l’uomo post-moderno”, a come il mondo figurativo vede l’uomo post-moderno. Ebbene, non ha fatto cultura a Verona. Il mondo cattolico in quel momento, anche se forte dal punto di vista culturale, è parso distratto davanti a questa “provocazione”. E qui si evidenzia una Chiesa veronese molto attiva nel volontariato dove c’è la sofferenza, ma ancora carente nell’ambito della proposta culturale.
Un altro caso che mette in luce questa carenza riguarda l’incontro, in sé molto positivo, della Chiesa di Verona con l’Amministrazione comunale, in occasione del quale non si è andati oltre la semplice elencazione delle attività caritative. Mi aspettavo qualcosa di più, che si potesse entrare in dialogo, in nome dei poveri, per i poveri. Vedo una grande potenzialità che fa ricca la chiesa di Verona anche a riguardo del mondo dei poveri, ma i laici che erano presenti a quell’incontro, i consiglieri comunali, gli assessori, i gruppi laicali, quali occasioni hanno per riflettere insieme su questi temi? Trovo, in questo senso, molto convincente la proposta del movimento messo in piedi da don Luigi Adami, il “Gruppo per il pluralismo”, perché in momenti difficili a Verona era l’unico luogo in cui si poteva discutere, dove i laici potevano confrontarsi per affrontare le sfide di un tempo in cui c’era la contrapposizione Est-Ovest con la Guerra fredda ed anche le relazioni ufficiali con la Chiesa Ortodossa non sembravano certo favorire il dialogo. Sento in questo momento storico il bisogno di una riflessione sul perché molti giovani, la nostra gente, quella del cattolicesimo popolare, quella dei pellegrinaggi, sono orientati da un senso di insicurezza verso una politica poco attenta al mondo dei poveri.
D. Evangelizzazione e promozione umana: un binomio ancora imprescindibile della missione?
R. Il Concilio Vaticano II ha segnato la Chiesa di Verona, monsignor Giuseppe Carraro ha aperto con generosità la nostra Diocesi alla missionarietà espressa con i preti, i religiosi e religiose, i laici all’interno del volontariato internazionale e laici inseriti nella pastoralità, come nel caso di Cafal (Guinea Bissau) che è stata un’espressione ben riuscita di laici inseriti nella pastorale. Nella mia esperienza di accompagnamento del volontariato internazionale ho trovato innumerevoli esempi di testimonianza cristiana e di promozione umana. Sono state espressioni di missionarietà non sempre capite, a volte perché legate ad una spiccata professionalità che poteva oscurarne il valore di testimonianza. In missione viene richiesto ad un ingegnere, un medico, un agronomo, di svolgere il proprio compito con una professionalità intelligente per essere fermento e testimonianza. Di queste espressioni missionarie ne abbiamo avute a iosa!
Ancora, il Concilio Vaticano II è stato determinante nella valorizzazione del ruolo dei laici nella Chiesa e la mia esperienza di missione a Teresina, in Brasile, mi ha fatto conoscere le ricchezze ed anche i limiti delle Comunità Ecclesiali di Base. Se da un lato, cioè, le Comunità di Base hanno portato ad un maggiore coinvolgimento dei laici nella ministerialità (come ministri nell’annuncio della Parola, nella preparazione al battesimo, nella promozione della comunità ecclesiale, ecc.) in virtù del battesimo e dei carismi propri all’interno della comunità e nella carità, dall’altro lato ha creato un momento di crisi per il laicato perché lo ha in qualche modo distolto dall’impegno nel campo sociale e politico, dal vivere la sua testimonianza cristiana nella quotidianità, nella società civile, nelle amministrazioni pubbliche, nella dimensione famigliare, con la gente del rione. Anche nelle nostre parrocchie ci sono bravi laici, molto in gamba, preparati anche dal punto di vista teologico. Io stesso ho promosso insieme a dei laici nella mia parrocchia un gruppo di lettura popolare della Bibbia, ma devo comunque constatare che rimane una carenza di laici impegnati nella società, nella politica.
D. E la Chiesa di Verona dove si colloca rispetto alla corresponsabilità dei laici?
R. Da questo punto di vista va fatto un elogio allo studentato teologico per il servizio che svolge a favore del laicato, ma non è ancora sufficiente per avere dei laici pienamente partecipi della vita delle comunità, con le loro specificità ministeriali che dovrebbero trovare maggiore spazio nelle parrocchie e in altri ambiti ecclesiali.
Dal punto di vista della missionarietà dei laici, mi pare ci sia un’emergenza già evidenziata anni fa nella commissione diocesana della missionarietà, che riguarda i movimenti ecclesiali, Comunione e Liberazione, Catecumeni, Focolarini, i quali hanno assunto l’impegno della missione con le caratteristiche, i carismi dei movimenti stessi e si muovono nella universalità della Chiesa, ma la Chiesa di Verona non sembra essersene accorta. Ci sono numerosi laici appartenenti a questi movimenti che partono da Verona verso il mondo, per l’America Latina, dei quali la Chiesa di Verona non è a conoscenza perché non si è ancora aperta per accogliere queste realtà nella sua stessa esperienza missionaria.
D. E con le sette religiose in Africa e America Latina, come la mettiamo?
R. Innanzitutto non le chiamerei sette, ma movimenti attorno ad un carismatico, ad un uomo di Dio, speriamo che sia così, e sicuramente il “pentecostalismo” in Africa, in America Latina e in altre parti del mondo, è un fenomeno molto, molto importante che va accompagnato e capito. La Chiesa sta facendo un grosso discernimento sul fenomeno del pentecostalismo e del carismatismo, nato sia nell’ambito cattolico che protestante ed evangelicale. Questo fenomeno è presente, in misura limitata, anche nella nostra diocesi e bisogna attrezzarsi per seguirlo, capirlo, accompagnarlo, con simpatia e con discernimento.
Insomma, i miei cinquant’anni di sacerdozio mi dicono: “guarda il mondo a 360 gradi, perché lo Spirito va dove vuole”.
D. Oggi nelle nostre comunità cristiane locali viviamo una grossa contraddizione tra un radicato slancio missionario all’insegna della solidarietà con i poveri del cosiddetto “Terzo Mondo” e la paura, la chiusura, la non accoglienza verso le persone che provengono da quel mondo. Cosa può fare una chiesa missionaria per affrontare e superare questa contraddizione?
R. È significativo l’influsso della missionarietà, ad esempio, nelle iniziative che alcuni comuni della provincia di Verona hanno promosso, con le loro forze, in Africa e America Latina per creare piccole situazioni di cooperazione. Persino vaste realtà territoriali come la Lessinia, con le sue comunità parrocchiali, si sono messe a servizio, attraverso gli stimmatini, per fare “cooperazione” in Sudafrica. Questa cooperazione la possiamo chiamare come vogliamo, ma esprime comunque il carisma di una missionarietà che si manifesta in varie forme: la carità è carità.
Una grossa contraddizione che va messa in rilievo riguarda proprio l’atteggiamento di molte persone che compongono le nostre comunità cristiane, le quali vivono la carità celebrando con passione l’ottobre missionario, organizzando anche gruppi di solidarietà che fanno esperienze in terra di missione, ma guardano con avversione e con ostilità allo straniero. Questa è una spina che abbiamo nella nostra società e all’interno del mondo cattolico stesso. Sicuramente la categoria della paura rende ostile il mondo dell’altro. C’è un disagio dei cristiani davanti a questa contraddizione ed è importante accompagnare la gente nell’affrontare positivamente questa realtà.
Mi chiedevo, a questo proposito, se non sia urgente, forse più che rinsaldare le relazioni con le entità pubbliche civili, ripristinare anche nella nostra diocesi la Commissione Giustizia e Pace, per aiutare a fare la mediazione tra il Sinodo, nell’ottica di una Chiesa come compagna delle comunità, e situazioni concrete di disagio, per far fronte alle situazioni di precariato e di nuove povertà che stiamo vivendo e che dal livello globale si ripercuotono su quello locale.
D. L’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, intende rafforzare e rinvigorire il valore della pastorale sociale della Chiesa. In questo tempo di crisi potrebbe richiedere un supplemento di impegno missionario?
R. L’enciclica è un grande invito del Papa a ripensare in categorie nuove il nostro mondo. A questo punto la Commissione diocesana Giustizia e Pace si porrebbe il problema di come far arrivare alla gente questo pensiero sociale della Chiesa espresso da Benedetto XVI. Io mi trovo nelle mani un libretto bello ma difficile: chi ci pensa a “tradurlo” in una forma catechistica? Ci pensano i preti, o i laici? Pensiamo di riunirci come Chiesa di Verona di fronte a questa novità della dottrina sociale della Chiesa? Vedrei bene una riflessione su Verità, Giustizia e Carità.
D. C’è qualche suggestione che nasce dalla saggezza del sempre giovane prete con cinquant’anni di vita sacerdotale dedicata alla missionarietà?
R. Il compito di accompagnare l’uomo nell’esperienza della gratuità della missione, questa è una sfida che deve essere colta soprattutto in questo nostro tempo in cui sembra prevalere l’efficientismo finalizzato all’interesse personale. Che ciascuno si assuma la responsabilità di diventare discepolo di Cristo, come prete e come laico, nella gratuità.
E in questo anno sacerdotale, con l’esempio del Curato D’Ars, il recupero del valore della preghiera è essenziale per vivere l’abbandono al rapporto gratuito con Dio.
Infine vorrei puntualizzare che, secondo me, l’accoglienza dello straniero, dell’altro è un dogma, come l’accoglienza di Dio è un dogma. Non accolgo Dio nella mia vita perché lo conosco, ma perché mi si riveli. Che cos’è il Vangelo se non la fatica di accogliere il Signore nella mia vita. L’altro ha una parola da dire. L’altro è Parola.



