Schiavitù: piaga moderna

 
 

Pare impossibile, eppure ancora oggi esistono interi gruppi sociali sotto il tallone di una schiavitù che credevamo sepolta per sempre. Se in teoria la schiavitù è stata abolita definitivamente in tutto il mondo nel 1980, in pratica dobbiamo constatare come essa abbia preso in anni recenti nuove forme e come si sia adattata ai nuovi volti di una società moderna ad alto tasso di amoralità. La piaga secolare della schiavitù è forse divenuta oggi fisicamente meno violenta, ma non ha certo perso nulla della propria sordidezza morale, tenuto conto del fatto che le vittime hanno oggi più coscienza che mai della loro condizione, in un’epoca che ha fatto dei diritti dell’uomo la propria bandiera. In un rapporto di qualche mese fa, la Human Right Watch, Ong internazionale che si occupa del settore, denuncia la nuova schiavitù in molti Paesi del pianeta , e l’Onu sottolinea come esistano ancora “schiavi costretti a lavorare sotto minaccia di violenza e contro la loro volontà”. Anche se il lavoro forzato è vietato dalla “Convenzione 29” fin dal 1930, esistono ancora Stati, talvolta insospettabili, che se ne infischiano degli accordi internazionali e tollerano, quando non incoraggiano, talune forme di vera e propria schiavitù. La forma più diffusa e banalizzata di lavoro forzato è senz’altro quello domestico di sfruttamento di minori a cui non si sottraggono neanche certe Ambasciate presenti in Europa. Funzionari, ambasciatori e Primi Ministri di qualche Paese africano sono stati oggetto in questi anni di pesanti condanne. In Marocco, circa 70.000 ragazzine sono impiegate nei lavori domestici. È il giornale “Yabiladi” a denunciarlo, sottolineando come “le ragazzine lavorino 126 ore a settimana per un piatto di cereali, sottoposte a tutti i capricci sessuali dei loro padroni”! C’è un progetto di legge per punire simili abusi, e un sondaggio tra la popolazione ha rivelato che il 90% della popolazione è d’accordo, ma intanto il fenomeno è sempre più difficile da combattere. Non bisogna dimenticare poi che alcune tradizioni locali in Africa, Medio-Oriente e Asia conservano ancora la “schiavitù per debiti”, fenomeno che sta alimentando su grande scala un traffico di esseri umani che arriva fin dentro alle nostre città europee. Il BIT, Ufficio Internazionale del Lavoro, ha recentemente denunciato la presenza di almeno un milione di schiavi sul continente africano. Sono soprattutto i bambini a soffrirne, vuoi per le guerre persistenti in vaste regioni del Continente, vuoi per l’estrema povertà che spinge i genitori a consegnare i figli e le figlie a trafficanti senza scrupoli che li avviano sul mercato del lavoro agricolo in Niger, Liberia e Costa d’Avorio... In Kenya il giornale “The Nation” di Nairobi denuncia spesso il fenomeno delle “ayahs”, giovani ragazze schiave alle quali i loro “proprietari” affidano senza remunerazione i lavori più duri e umilianti: cercare acqua, trasportare il carbone per la cucina, pulire la casa…, facendole vivere in condizioni a dir poco animalesche. Di tanto in tanto qualcuna di loro riesce a fuggire e, sottolinea il giornale, a denunciare i loro proprietari, ma la paura è tanta e talvolta si preferisce far finta di niente. In Mauritania la schiavitù classica è resistita fino agli anni ’80 e, ormai entrata nel costume, è difficile da sradicare, anche se le leggi per farlo ci sarebbero. Nel novembre del 2006 l’agenzia Roiter denunciava come fossero ancora migliaia le donne Haratine tenute in condizioni di vera e propria schiavitù; nel costume locale è tuttora tollerato il prestito o l’affitto di uomini, sia per svolgere lavori servili che per “fecondare” donne schiave di un altro proprietario. Sembrano pratiche di secoli che credevamo passati, ma resistono ancora oggi! Uno schiavo non si sposa che in funzione degli interessi del padrone che diviene anche il proprietario del frutto del loro lavoro. In Sudan la situazione non è molto migliore; qui le autorità si sono rifiutate per anni di discutere una legge per l’emancipazione dei Neri. Anzi, negli anni ’80 si era cercato anche di legalizzare la pratica della schiavitù attraverso le leggi islamiche. I giuristi scrissero allora che “non essendo la schiavitù vietata su basi religiose, toccava al governo discutere della sua abolizione, a patto che i proprietari venissero indennizzati”! Conosciamo le guerre e i conflitti che il Sudan ha vissuto in questo mezzo secolo, ai quali non sono estranee certe pratiche di schiavitù dure a morire che recentemente hanno visto nel Darfur una violenta recrudescenza, facendo fuggire migliaia di persone
 
 
      Ugo Piccoli