La tragedia dei rifugiati in Africa

 
 

La realtà è delle più drammatiche, e a coprire una situazione che di giorno in giorno si fa sempre più tragica non bastano certo i provvedimenti buoni solo per la propaganda politica presi dall’Italia nei giorni scorsi contro l’approdo nel nostro Paese dei disperati boat-people subsahariani. L’esplosione del numero dei rifugiati e degli sfollati che popolano le lande africane è sotto gli occhi di tutti e l’Europa, arroccata come una regina sotto scacco, non può più comportarsi come le tre famose scimmiette che niente vedono, niente sentono e niente dicono. Sono più di tre milioni oggi i rifugiati sul Continente nero e 15 milioni circa sono gli sfollati interni, gente cioè completamente sradicata dal suo contesto che cerca in tutti i modi di sopravvivere in condizioni che da noi non permetteremmo neanche agli animali. È il nuovo Rapporto della Commissione destinato al Consiglio esecutivo dell’Unione Africana ad affermarlo, secondo il quale “ è particolarmente grave ed inquietante che la crisi finanziaria abbia avuto i più gravi effetti sulla fornitura di aiuto alle popolazioni più vulnerabili”; il che, detto in parole povere, si traduce in un aumento della povertà per almeno 150 milioni di persone. Il colonnello Gheddafi, presidente di turno dell’UA, nel suo recente soggiorno in Italia, ha taciuto sull’accoglienza che ricevono i rifugiati subsahariani nelle città libiche, ma tra le tante affermazioni folcloristiche di cui ci ha gratificato ne ha sparate un paio che chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che condividere. E cioè che la gente che scappa dall’Africa lo fa per fame e miseria: “uno scandalo intollerabile” che anche il Santo Padre non si stanca di denunciare! Pur tuttavia, nota il Rapporto, non si può negare che la situazione dei rifugiati e degli sfollati presenta anche qualche nota positiva, migliorando in certe regioni. Ma non ci si può consolare con un passo avanti e due indietro. Negli ultimi cinque anni circa 10.000 rifugiati africani, soprattutto sudanesi ed eritrei, sono sbarcati anche in Israele attraverso il Sinai. Non sono solo le coste italiane quindi ad essere sotto pressione.Gli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite con sede a Tel Aviv sono invasi da gente che fugge e cerca un futuro di speranza. Centinaia di migliaia approdano in Egitto e aspettano solo la loro grande occasione! La città di Tamarasset in Algeria è più che decuplicata in un susseguirsi di baracche abitate da gente proveniente un po’ da tutto il Continente in attesa dell’occasione della vita per arrivare dall’altra parte del Mediterraneo. Il rapporto “No Refuge” sui rifugiati zimbabwaiani in Africa del Sud pubblicato il 2 giugno scorso da Medici Senza Frontiere è scioccante! “Violenze, abusi sessuali, condizioni di vita spaventose e mancanza di qualsiasi assistenza sanitaria essenziale rappresentano la vita quotidiana di migliaia di persone lasciate a loro stesse”. Ogni giorno, denuncia Rachel Cohen, portavoce di Medici Senza Frontiere, malgrado l’apparente normalizzazione nell’Harare di Mugabe migliaia di persone continuano a passare la frontiera fuggendo da una crisi economica disastrosa e “dall’insicurezza economica”, stucchevole eufemismo per non dire “fame”, che ormai attanaglia gran parte della popolazione. “Johannesburg”, le fa eco il dottor Eric Goemaere, coordinatore medico in Sudafrica per la stessa associazione, “è invasa ogni mese da persone malate, ferite o psicologicamente traumatizzate, che arrivano in condizioni disperate, spesso affette da malattie croniche, Aids e tubercolosi in primis”. Bianca Tolboom, infermiera nello stesso Centro Sanitario MSF di Johannesburg , esprime tutte le sue preoccupazioni:“ Le storie che ci raccontano le nostre pazienti sono profondamente scioccanti. La loro vita di rifugiate, spesso delle più giovani, rappresenta una continua violazione dei più elementari diritti, un vero incubo. Ormai non si contano le bambine che mi arrivano devastate fisicamente e psicologicamente. Più del 70% di loro sono state violentate e non si contano i ragazzetti sotto i dieci anni che da soli attraversano la frontiera. La chiesa qui vicino è la loro meta dopo 500 chilometri percorsi a piedi. È lì che sperano di trovare qualcuno che li ascolti e li aiuti”! Ne sanno qualcosa anche i servizi per i rifugiati dei Padri Gesuiti, messi in piedi da padre Arrupe in un giorno di fine anno 1979 quando fu profondamente toccato dall’esperienza dei “ boat-people” vietnamiti. Da allora il JRS, Jesuit Refugee Service, si è speso in tutto il mondo e particolarmente in Africa rappresenta una presenza insostituibile. Dall’Est RDCongo, al Ciad, dalla Somalia al Tinduf in Algeria, dal Burundi alla Costa d’Avorio, per non citare che qualche Paese, la tragedia dei rifugiati non conosce pace; in un lungo e drammatico vagabondaggio arrivano fin sulle coste di un’Europa che avrebbe più di un argomento per rimproverarsi della loro situazione. Per dare assistenza a questa massa di gente sola e abbandonata a se stessa la Chiesa sta facendo grandi sforzi. I soli Centri dei Gesuiti sono presenti in quasi tutti gli Stati. Assistenza d’urgenza viene organizzata in Etiopia, Uganda e Zimbabwe. Progetti di scolarizzazione per i bambini che vivono nei campi sono stati avviati in Tanzania, Uganda, Sidan, Burundi, RD Congo, per il recupero dei bambini-soldato, in Namibia, in Angola, in Malawi e in Liberia. Progetti sanitari sono sorti un po’ dappertutto e progetti socio-comunitari come l’ascoltatissima Radio Kwizera, fondata per dar voce ai rifugiati, sono attivi in varie parti dell’Africa subsahariana. Guidati da una cinquantina di sacerdoti, più di 1.200 persone lavorano a tempo pieno per il JRS, la maggior parte di loro come volontari. Senza contare le centinaia di rifugiati che sono impiegati nei campi come istitutori e animatori di comunità. È un lavoro enorme, ben testimoniato dalle cifre: oltre 26 milioni di dollari messi nel budget di questi ultimi due anni, soldi provenienti in gran parte dalla generosità dei privati e dei cristiani di tutto il mondo. È grazie all’opera instancabile del JRS, ma potremmo citare i servizi assistenziali di tutte le Congregazioni missionarie, che oggi i vertici della Commissione dell’Unione Africana incaricata degli Affari politici possono ben affermare con un certo ottimismo, anche se non mancano in questi ultimi mesi attacchi armati contro gli operatori umanitari: “La situazione generale dei rifugiati, delle persone che rientrano nelle loro case e degli sfollati interni in Africa vede qualche miglioramento, ma è ancora troppo poco. Anche gli Stati però devono fare la loro parte, cominciando magari col creare un clima di accoglienza verso quelle popolazioni che chiedono solo di tornare nelle proprie case e chiudere una volta per tutte con una vita raminga per le contrade del Continente”.
                                                                                 
Ugo Piccoli