Africa: evangelizzazione e promozione del lavoro
Alzi la mano chi di noi, in occasione delle grandi catastrofi umanitarie africane, che ci muovono tutti a gesti disinteressati di solidarietà, non ha spesso il timore che la generosità dei molti si perda nei rivoli di una disorganizzazione pianificata, che va a tutto vantaggio delle tasche di pochi. Nessuno credo! Ricordo come a tal proposito Indro Montanelli, di cui ricorre in questi giorni il centenario della nascita, soleva mettere in guardia i suoi lettori dagli imbrogli invitandoli a indirizzare la propria solidarietà verso le missioni e i missionari perché, diceva, “si prendono tre piccioni con una fava: si è sicuri che i soldi arrivano, si fa fronte all’emergenza in modo efficace e, soprattutto, si crea lavoro”. Forse molti non ci hanno riflettuto, ma è un fatto che l’Instrumentum Laboris consegnato da Papa Benedetto ai Vescovi africani nel suo ultimo viaggio in Camerun, non esaurisce il senso della presenza missionaria della Chiesa nel solo lavoro pastorale fondato sulla parola, ma rappresenta un autorevole riconoscimento di quanto le missioni siano anche un volano sociale ed economico essenziale per le popolazioni circostanti. Mettere in piedi una missione, farla funzionare e prendersi in carico una comunità infatti, vuol dire costruire chiese, magazzini, ospedali, scuole, villaggi, stazioni radio; garantire i trasporti, mettere in valore terreni agricoli, avviare attività economiche produttive artigianali, assicurare servizi a intere popolazioni spesso isolate e abbandonate dall’amministrazione politica centrale. Nelle più sperdute lande africane non esiste evangelizzazione senza un capillare intervento di promozione umana attraverso il lavoro! E qui l’impegno del missionario è immenso! Ogni giorno, fin dalle prime luci dell’alba una marea di gente prende il cammino della missione dove comincia una febbrile attività che nei più svariati campi produttivi impiega centinaia di persone, organizzate spesso in piccole unità operative autonome o, là dove esiste una struttura, in gruppi a vocazione cooperativa che sono una vera e propria scuola di democrazia. Non per niente è proprio dalle parrocchie che in molti paesi africani escono spesso i quadri sindacali e quella classe media imprenditoriale che, incoraggiata dal missionario, si lancia nell’iniziativa privata. In luoghi dove manca tutto, la parrocchia diventa il motore di una macchina che, oltre che della salute spirituale, deve anche farsi carico della salute materiale della propria gente. Nessuno sta con le mani in mano; persino i ragazzini che a piedi scalzi arrivano alla missione per frequentare la scuola hanno il loro ruolo nella catena del lavoro, magari portando un mattone per la costruzione delle aule, o una manciata di sabbia per fare la malta, o un sacchettino di concime naturale per gli orti scolastici… Ci sono molte persone di buona volontà che, provenienti dall’Europa per dare una mano a questo o quell’amico missionario, sono spesso meravigliate della realtà parrocchiale polivalente e multifunzionale che si ritrovano davanti. Vorrebbero far tutto nel mese della loro permanenza e vedere i lavori che hanno intrapreso terminati secondo tempi e ritmi europei! La maggior parte si inserisce in fretta nei ritmi africani, adattandosi ai contrattempi che si incontrano sul lavoro: il materiale che spesso manca, le attrezzature carenti, il camion che non arriva. C’è ancora però qualcuno che non regge la frustrazione e sparge a piene mani giudizi gratuiti sulla capacità di lavoro dei locali. Ci siamo passati tutti, fino a quando non abbiamo capito che in Africa il lavoro che non sia anche in qualche modo “un’esperienza di Dio” non è affatto una festa, ma solo una nuova forma di schiavitù. Anche se ti fa ricco!
Ugo Piccoli



