Acqua, Padre…!
No, non è l’inizio di una giocosa battuta popolare per sottolineare abbondanza d’acqua, no! “Acqua, padre…” è piuttosto il grido di dolore e l’invocazione di aiuto che i nostri missionari si sentono ripetere sempre più spesso in Africa da popolazioni assetate. Bere un bicchiere di acqua fresca è forse il gesto più banale del mondo qui da noi, ma in molte parti del Pianeta rappresenta un lusso sempre più raro, non tanto, o non solo, per mancanza d’acqua, quanto per il fatto che il suo sfruttamento sta diventando l’oggetto del desiderio di colossali investimenti di natura privata. Non per niente sui media si parla ogni giorno di più di “oro blu”, e non sono pochi gli esperti del settore che temono quella che viene definita la “petrolizzazione” o, con neologismo orrendo ma efficace, la “cocacolizzazione” della risorsa acqua. Una deriva, questa, inimmaginabile per milioni di persone che qua e là nel mondo si battono per conservare l’oro blu in mani pubbliche. L’acqua è un bene sempre più sensibile e su di essa si sta concentrando una sorta di offensiva da parte delle grandi imprese che ben sanno come controllare l’acqua significhi controllare anche la vita. A parte i conflitti sempre più frequenti tra Stati che si contendono lo sfruttamento delle risorse idriche, vedi Siria e Israele sul Golan o Egitto e Sudan per il Nilo, non sono da sottovalutare le tensioni che ogni giorno si registrano tra le organizzazioni popolari e talune centrali governative asservite a interessi privati. Dopo i disordini che nel 2000 hanno sconvolto la Bolivia dove il governo aveva ceduto lo sfruttamento idrico a una multinazionale facendo lievitare il prezzo dell’acqua del 400% in poche settimane, non sono pochi i Paesi, leggi Ecuador, che hanno sentito il bisogno di scrivere nero su bianco sulla Costituzione che l’acqua, il latte della Madre Terra, è un “patrimonio strategico di uso pubblico a gestione comunitaria” e dunque “se ne proibisce ogni forma di privatizzazione”. La costituzionalizzazione del diritto all’acqua viene richiesta da più parti anche da noi, ma l’aria che tira nei palazzi del potere non sembra andare in questa direzione se è vero che non più tardi di qualche mese fa il Parlamento italiano ha approvato in maniera bipartisan un articolo di legge che di fatto consegna la gestione dei servizi idrici alle regole dell’economia di mercato. Riccardo Petrella, fondatore del Comitato Mondiale dell’acqua, afferma che “ci sono due cose che rappresentano per l’uomo l’ultima frontiera biologica: l’aria e l’acqua”, elementi insostituibili e non fabbricabili che, continua Petrella, “sono oggetto di un diritto generale e non di un desiderio da soddisfare per accaparramento da parte di qualcuno”. L’esperienza insegna che ci sono anche due modi per affrontare il problema acqua che, se non sono necessariamente in contraddizione tra loro, appaiono spesso inconciliabili. Uno è quello legato alla concezione del bene-acqua come una merce il cui sfruttamento viene trattato nelle grandi Convention internazionali che radunano decine esperti e di Capi di Stato sfornando montagne di carte e grandi progetti strategici, spesso velleitari. Conosciuti più dal personale dei grandi alberghi dove si radunano che dalla loro gente, questi personaggi fanno un certo chiasso per qualche giorno e hanno l’onore di grandi titoli sui giornali, ma non toccano il cuore delle popolazioni locali. Uno di queste summit, il V Forum mondiale, si è aperto alla presenza di 26 Capi di stato proprio in questi giorni a Istanbul, con l’Africa al centro delle discussioni. L’altro versante da cui intervenire sul problema è quello paziente, pragmatico e incarnato nel sociale legato alla concezione del bene-acqua come un diritto inalienabile a disposizione di tutti. È qui che in Africa come altrove troviamo i nostri missionari, sconosciuti ai più e lontani dagli hotel cinque stelle delle capitali, che con pochissimi mezzi riescono a fare dei veri e propri miracoli rispondendo alle invocazioni di aiuto della gente. Sono loro che nell’Africa profonda difendono i diritti delle popolazioni contadine dall’aggressione di interessi esterni. E sono sempre loro a denunciare lo stress idrico a cui sono sottoposte le popolazioni locali, private di acqua potabile, quando sempre più spesso i loro interessi confliggono con i grandi progetti per la produzione di biocarburanti che si “bevono” tutta l’acqua di intere zone lasciando a secco la gente. Per non parlare poi dello scandalo di quelle popolazioni identificate eufemisticamente sui rapporti internazionali come “senza capacità di spesa” che sono costrette a fare chilometri per portare a casa un secchio d’acqua, servizio che solitamente svolgono le bambine, perché l’irrigazione dei vicini campi da golf ha la precedenza sulla loro sete! Succede anche questo, purtroppo. Il Santo Padre, che in questi giorni è proprio in Africa, non poteva essere più esplicito quando il 16 luglio scorso affermava: “Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana. Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico”. Noi siamo con lui! “L’acqua è la vita, e sull’acqua ci giochiamo tutto”, mette in guardia da tempo padre Zanotelli. Che il suo non resti un grido nel deserto!
Ugo Piccoli



