LA MORTE DI DON SILVANO BERLANDA Featured

 

 Al  Centro Unitario Missionario di Verona e tra i preti che hanno avuto esperienza di missione parlare di dono Silvano Berlanda  ha sempre voluto dire parlare di un punto di riferimento. Vuoi per la lucidità di analisi; vuoi per le sue scelte di vita spesso controcorrenti e inaspettate; vuoi soprattutto  per la sua passione per il vangelo e i poveri, ha lasciato un segno indelebile tra chi ha frequentato gli ambienti missionari in Italia. Don Silvano Berlanda era nato a Bergamo il 21 maggio 1930. Fin da studente aveva scelto l’Uruguay, prima la diocesi di Salto e poi di Mercedes, chiamato da un vescovo di quel paese latinoamericano che, sulla via di Roma per partecipare ai lavori del  Concilio Vaticano II, aveva fatto tappa a Bergamo colpendo il cuore di don Silvano. E’ sempre rimasto legato all’Uruguay, don Silvano, anche quando è rientrato in Italia per quasi vent’anni l’animazione all’allora CEIAL, oggi CUM, dove ha formato generazioni di missionari (preti laici, suore, religiosi) che di lì a poco salpavano l’oceano per spendere anni importanti della loro vita nelle terre latinoamericane. Negli archivi del CEDOR (Centro documentazione Oscar Romero del CUM) si trova una sua intervista al settimanale diocesano di Bergamo, dove dice: «Ogni mattina, a Mercedes,  scendo ad aprire la porta della chiesa. Ecco io penso che la mia funzione sia quella di tener ben aperta quella porta (del tempio e della comunità), aperta nei due sensi: perché la comunità non vi si rinchiuda, perché da lì escano luce, forza, orientamento, impegno; perché da lì entrino preoccupazioni, problemi, realtà. Concretamente realizziamo varie iniziative a servizio della comunità, soprattutto nel campo dell’educazione, convinti della priorità di uno sforzo in questo settore”. Più avanti, sempre nella stessa intervista, don Silvano offre il suo pensiero sull’impegno missionario: “La missione mi richiama l’immagine di una cattedrale in cui ci sono i marmi della bella facciata, il portale maestoso e anche le fondamenta. C’è chi ha la vocazione di essere il marmo della facciata che suscita ammirazione e dà gloria a Dio. C’è chi è chiamato a fare il sasso, nascosto tra le fondamenta. Nessuno sa che c’è, ma è lì, ed è importante che ci sia. Se n’è andato il 14 maggio scorso nella casa sacerdotale ‘Mons. Jacinto Vera’, dove risiedeva da un anno.

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