STORIE DI MARTIRIO E DI SANTITA’

 

Cari amici, è da pochi giorni che ci siamo salutati e sento ancora vivo il vostro abbraccio di affetto e di buon viaggio e buona missione. Il vostro esserci nella mia vita lo porto nel cuore ogni giorno, incontrando il caro popolo mozambicano.  Ritornare in Mozambico dopo sei anni in Italia, dove ho avuto la gioia di incontrarvi e rafforzare la vostra amicizia nel Signore e nello Spirito missionario, è stata una grazia che vive dentro di me (come ci diceva padre Alex Zanotelli: “Diventiamo le persone incontrate”). Voi, infatti, con la vostra vicinanza e affetto, mi avete donato la consapevolezza di non sentirmi solo nell’affrontare ogni giorno realtà e situazioni che umanamente mettono in ginocchio. Poi la certezza che c’è Lui che ci precede, ci chiama e cammina accanto, mi dona serenità e posso dire di essere felice.

La missione che mi hanno affidato qui in Mozambico è tutta nuova per me. Se prima ero abituato a viaggiare e incontrare il popolo nei villaggi dispersi lungo la savana, ora invece mi trovo a vivere in una città, dove tutto è più ristretto e dove la gente (a volte 10 persone) vive spesso ammassata in una o due stanze.

I tanti muri

Appena arrivato mi ha stupito vedere tanti muri di recinzione che prima non c’erano. Infatti, chi ha la possibilità di costruire una casa, soprattutto i pochi che stanno bene, la loro prima preoccupazione è di mettere un recinto con muri alti, come a dire: “Dobbiamo proteggerci perché i poveri, gli emarginati, cioè coloro che cercano di sopravvivere, sono potenzialmente persone pericolose”. Sembra proprio vero che qui esiste il vocabolario del “diminuire” e non del “rubare” (come a dire che togliere a chi ha tanto non è rubare, ma diminuire). Ma il male peggiore è che i più esposti a perdere il poco che hanno sono coloro che già sono in difficoltà.

Oggi stesso sono uscito per riparare una ruota della macchina e mi sono accorto che mi mancava un fanale, ... sanno fare veramente bene tutto senza rumore. Poi dopo un po’ di arrabbiatura mi son detto: “Meglio che sia successo a me che a un povero, speriamo almeno che l’abbia fatto perché aveva fame, allora anche un malanno fa parte del gioco della vita”.

In questi primi giorni ho incontrato tanta gente, chi per salutarmi e darmi il benvenuto, chi per osservare chi sono e da che parte sta il mio cuore. I bambini poi mi corrono sempre incontro per ricevere un saluto, una carezza e un sorriso. La cosa più bella, però, l’ho vista dalle sorelle di Madre Teresa dove i tanti piccoli bambini orfani mi sono corsi incontro, aprendo le loro braccine, per essere presi in braccio e ricevere affetto.

I pochi vecchietti che ho incontrato mi hanno detto che sono felici di avermi tra loro e i giovani sperano che io rimanga accanto a loro per condividere i loro sogni. Mi ha dato gioia incontrare una ragazza che avevamo aiutato dieci anni fa per studiare. Ora è dottoressa, mi è venuta a cercare e abbracciandomi si è messa a piangere dalla commozione. Questi gesti sono il sigillo che il buon Dio ha fatto germogliare nei giovani quel seme gettato tanti anni fa. Tanti poi sono i poveri che mi incontrano per affidarmi le loro preoccupazioni e sofferenze di ogni genere, con la speranza di non essere lasciati soli.

Sto iniziando un bel lavoro con le tante vedove della comunità che lavorano per visitare, sostenere e condividere il poco che si ha con i più bisognosi. Queste povere donne cristiane, senza il marito, con sulle spalle 6-7 figli o più, trovano il tempo per prendersi cura di chi sta peggio di loro. Se le ascolti personalmente capisci che loro stesse avrebbero bisogno di tante attenzioni, non sanno infatti come andrà a finire l’anno e come potranno iscrivere i loro piccoli a scuola e come potranno sostenerli, ma il loro cuore è grande e sanno mantenere uno sguardo sereno e gioioso consapevoli che la vita è dura ma che il Signore cammina accanto a loro.

Fatima

Oggi stesso ha bussato alla porta della nostra casa una povera donna, magríssima, di nome Fatima, con il corpo tutto avvolto di macchie. Mi ha raccontato di non aver più nulla a casa, di essere ammalata di aids e di essere rimasta vedova con un bimbo di 8 anni, ammalato anche lui della stessa malattia. Stava tornando dall’ospedale con le medicine, ma non aveva nulla da mangiare, cosi che i medicinali se non sono sostenuti da un cibo sufficiente non servono a nulla. Ho suggerito a Fatima di venire in parrocchia il giorno della settimana in cui un gruppo di volontari forniscono aiuti e assistenza, ma non potevo lasciarla andare via senza nulla. Lei mi ringraziato con un cuore umile, cosa che sanno fare solo i poveri. In questo ci sono maestri di vita.

Qui è importante agire assieme alla comunità, con le nostre donne della carità che visitano e vedono le situazioni. Anch’io vado con loro quando posso e non vi dico quello che trovo. Questo periodo dell’anno, poi, per molti è tempo anche di fame e mancanza di acqua, ma il popolo sa affrontare tutto con grande coraggio e dignità. In questo mi sento fortunato di imparare a vivere senza le consuete troppe lamentele che noi siamo abituati a esprimere.

I nostri cristiani ogni giorno in gran numero si alzano presto per pregare prima di andare a lavorare. Molti alle 5 di mattino si ritrovano per iniziare con una preghiera assieme nel loro territorio, un esempio per tutti noi. Alla sera poi in chiesa parrocchiale mi trovo sempre dalle 60-80 persone che partecipano all’eucarestia con un buon numero di giovani, che desiderano nutrirsi della parola di Dio e della sua presenza.

Il sindaco Mahamudo Amurane

La realtà sociale è complicata. Il nostro caro sindaco della città di Nampula, Mahamudo Amurane, persona retta e con idee chiare, il giorno dell’accordo di pace, 4 ottobre, gli hanno tolto la vita. Un martire della democrazia e del bene comune. Era anche un bravo catechista e amico della famiglia comboniana. Lo scorso Natale lo aveva trascorso con le nostre sorelle comboniane che accolgono 56 bambine in situazioni difficili che però, piano piano, con la tenerezza dell’amore, stanno fiorendo e risorgendo. Il suo martírio ha scosso la città. Lo abbiamo ricordato in vari modi, invitando i cittadini a credere nelle parole di Gesù e di Oscar Romero che diceva: “Se mi uccideranno risorgerò in mezzo al popolo”.

Omar

L’ultimo incontro che vorrei raccontarvi è quello con Omar, un povero uomo che mi hanno presentato in parrocchia nel giorno in cui si dialoga per conoscere la realtà di chi ha bisogno di una mano amica. Omar, muratore e responsabile di un gruppo di operai, aveva costruito con loro una casa nel 2007. Il padrone, dopo aver dato un piccolo acconto, ha smesso di pagarlo. I suoi lavoratori gli chiedevano i soldi del lavoro fatto per sostenere le loro povere famiglie, ma nonostante i tanti tentativi Omar non riusciva a ricevere la somma che gli spettava. Così è andato dalla polizia per denunciare il tutto, ma il padrone della casa, un uomo di potere, si è arrabbiato e per non pagare e vendicarsi ha inventato una storia falsa, dicendo che il povero Omar aveva abusato di sua figlia. Così è riuscito nel suo intento e lo ha mandato in carcere con una pena di 12 anni. Nel frattempo il povero Omar aveva la moglie incinta del terzo figlio, che fino ad ora non ha mai conosciuto. La moglie, rimasta sola a sostenere i figli, per sopravvivere ha dovuto vendere la propria casa. Successivamente si è ammalata ed è mancata. Omar dopo anni di carcere, di lavoro forzato e di buona condotta è uscito il mese scorso e si è presentato da noi. E’ stato riconosciuto da alcuni dei nostri cristiani che hanno confermato che quello che raccontava era tutto vero.

In prigione Omar ha conosciuto Gesù, si è sentito da Lui cercato e amato e così ha desiderato di essere battezzato. Con Lui ha sentito rifiorire la speranza, il coraggio e la forza di lottare per uscire e cercare i propri figli che non vedeva più da 10 anni. Le sue parole nel raccontare uscivano senza rabbia e rancore, desiderava solo un piccolo aiuto per ritornare nella sua terra natale, comprarsi una zappa, trovare un lavoretto per poi andare a cercare i propri figli e proporgli di ritornare a vivere insieme. Gli abbiamo dato un Vangelo e un aiuto per ricominciare una nuova vita. Omar mi ha colpito per la sua determinazione, la sua capacità di non abbattersi davanti a ostacoli duri e umilianti, per la sua forte e vera fede e per l’amore immenso che ha per i suoi figli. Credo di essere fortunato a trovarmi qui in mezzo a tante storie di santità, di vita amata nonostante tutto, dove chi ha poco sa donarti quello che il nostro cuore cerca. 

p. Davide De Guidi

comboniano in Mozambico

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