“Misericordia, io spero – non sacrifici”

Il samaritano è misericordioso, eppure non sembra che al suo gesto vi sia relazionato un qualche perdono, una qualche colpa.  Fa semplicemente ciò che il cuore, la mente, il corpo gli dettano di fare. Come un dovere, suo, che non viene da altri.  In gioco sembra esserci, piuttosto che un dovere dettato da fuori, la sua identità di uomo buono, la coerenza al suo concetto di bene, il suo star bene e sentirsi bene. Se c’è una qualche colpa in gioco, è forse quella che sentirebbe se non agisse così, di fronte a sé stesso anzitutto.

Fa ciò che può, potendo investire molto. Ma non calcola, non centella. E non aspetta né gratitudine, né contraccambio. Alla fine della scena, il narratore potrebbe riprendere l’espressione usata da Gesù in altro contesto: ha fatto quello che doveva fare, non gli spetta quindi un riconoscimento speciale. Così l’uomo buono, samaritano, esce di scena con la semplicità con cui vi è entrato; assicuratosi che tutto stia bene, se ne va, senza sbandierare il fatto in piazza, senza che una mano sappia cosa l’altra ha fatto. Non si tratta di perdono in questa immagine di misericordia, in questa icona scelta come logo dell’anno santo della Misericordia.  Centrale nella parabola è la relazione umana, e ciò che ne è parte dell’essenza: l’essere affidati alla cura reciproca. O all’omissione.  Nel racconto, in un chiaro-scuro che dà risalto all’azione semplice dell’uomo buono, appare piuttosto un monito intenso a renderci attenti a ciò che può distrarre da questa essenza. Distrazione che può venire anche, e così ingannarci perché più difficile da percepire, da ciò da cui ci aspettiamo che più ci prepari ad essere buoni. Religione e legge, che dovrebbero aiutare a mantenere il fuoco sull’essenza dell’essere umani – fondata sull’empatia tra umani, sulla cura verso chi più necessita, sul riconoscimento dell’altro come umano-come-me -, nel racconto sembrano invece disturbare e complicare il farsi prossimo, e quasi giustificare il prenderne distanza. Rendendo più tristi gli attori, anche se comprensibili, giustificati, e magari assolti.

Nell’essere più o meno misericordiosi sembra che sia quindi anche in gioco l’essere più o meno tristi; l’essere più o meno contenti di noi stessi. E per questo è in gioco anche il nostro sguardo fiducioso sul mondo; o l’intristirci, rassegnati alle paure, alle difese, al formalmente corretto. Fosse anche sentendoci più sicuri, più giusti, più retti (nel prendersi cura prevale invece l’inclinarsi).

Nel vangelo di Luca Simone, sorpreso dalla pesca miracolosa si inginocchia di fronte a Gesù e si dichiara indegno perché peccatore. É uno dei primi incontri col maestro, e il miracolo crea distanza più che relazione. La grandezza che si avverte nell’altro, fa sentire piccoli, indegni, inadeguati. Minori.

Anni dopo, quando il risorto per tre volte gli chiede se lo ama, con orgoglio e intensità Simone dice che si, che lo ama. Di cuore, con intensità (lo immagino in piedi, di fronte, incrociando gli sguardi), rivendicando, nonostante il rimorso per la debolezza nella notte dei processi, quell’amicizia che in fondo proprio Gesù gli aveva confermato nella sera della cena; e quella complicità condivisa negli intensi anni della missione.

Che cammino intenso di maturazione di coscienza in questo cambiamento di atteggiamento! Imparando da Gesú – con Gesú – un modo diverso di accostarsi al mistero della presenza di Dio. Imparando a chiamarlo papà, e a non temerlo più. Rieducandosi a considerare amico il maestro, in un rapporto tra pari, che nulla toglie all’originalità dei singoli.  Dall’(immatura) immagine di un Dio onnipotente e giudice, interpretata e calcata sull’esperienza mondana dei potenti, o su una teorica perfezione contrapposta a tutto ciò che sperimentiamo come limitato, matura la sensazione intensa di una presenza Altra amorosa, disarmata, che non ha bisogno di miracoli o di straordinarietà per dirsi e darsi. Che si offre, e che conquista per il calore dell’abbraccio, del farsi presente, della cura. Dell’ostinazione a non lasciar che l’altro si perda.  Per entrare nel mistero della misericordia pare che non occorra necessariamente riconoscerci debitori, peccatori, insufficienti, colpevoli. Anche se sono momenti ed esperienze che possiamo aver vissuto o viviamo; e con cui è importante riconciliarci. La misericordia ci è data – e la possiamo dare – in forma ordinaria, perché è una dimensione profondamente umana, tanto quanto profondamente divina.  Essere amati ed amare, di forma misericordiosa, gratuita – né per meriti, né per condoni - ci fa sentir bene, ci riconcilia con i nostri limiti, ci aiuta ad incontrare il gusto d’essere umani, e la voglia di essere buoni. Anche noi misericordiosi.

Il modello non è la perfezione, ma quello che sentiamo, intuiamo essere il meglio che possiamo fare ed essere, dentro le nostre possibilità e quelle che possiamo ampliare; soffrendo dei limiti che fanno parte di noi, personalmente o contestualmente. Senza ricette, eppure intuendo – e sperando - anche nuove possibili forme e modi. Con sufficiente libertà e saggia gioia.  Gesù offre amicizia, non servitù o sudditanza. E confida agli amici ciò che ha intuito, e compreso, nel dialogo e nella convivenza col Padre-Dio. Per questo invita ad essere misericordiosi come il Padre. Non un invito ad essere come Dio, ma ad essere il meglio di noi stessi facendo come Dio fa: amando, prendendoci cura, fino al perdono – quando serve e se ce la facciamo. Anche di noi stessi, perché valiamo molto.

Come sappiamo e possiamo; dando il meglio di noi. Riprendendo quando serve, se la vita ci fa sostare. Correggendoci, e volendoci bene – anche a noi stessi. Perché anche questo è ciò che è in gioco: l’essere o meno contenti di noi stessi, nella ricerca d’essere buoni. E perciò anche l’essere più o meno tristi - anche se, magari, sentendoci giusti, corretti, fedeli. 

 

Don Gabriele Giacomelli

Fidei domun in Brasile

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