Perchè nuovi stili di vita

 Perché parliamo di “Nuovi stili di vita”

a cura di Don Giulio Battistella

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La virtu cristiana della sobrietà

Il sinodo di verona e i nuovi stili di vita

Premessa

Attualmente il confronto su nuovi stili di vita è al centro dell’attenzione e se ne parla in più sedi:

Noi, come Centro Missionario, ne parliamo con un taglio particolare, sottolineando due aspetti:

  • il primo è quello religioso, per evidenziare che si tratta di un tema che ha a che fare con la fede e con la missione della Chiesa.
  • il secondo è quello economico- sociale. Spesso ci si limita a trattare il tema soltanto dal punto di vista personale e familiare; noi, in linea con la nostra specifica esperienza, lo vogliamo affrontare anche da questa angolatura socio-economica.

Vediamo allora i due aspetti.

1. Nuovi stili di vita e missione della Chiesa

La missione della Chiesa in una più profonda comprensione della fede

All’interno della Chiesa si è sempre parlato di missione, ma da un po’ di anni si parla di missione e Nuovi stili di vita.

Dal 1983-84 i Centri Missionari Diocesani aderivano alla campagna, “Contro la fame cambia la vita” che era un aspetto dei nuovi stili di vita. Da dove veniva questa novità degli anni 80?

E’ soltanto la situazione mondiale che impone il tema, o c’è anche una novità nella fede? Parlare di novità nella fede non è eretico, fin dall’antichità si è parlato di “progresso nel dogma”, cioè di una comprensione sempre più profonda delle verità della fede.

La fede poggia sulla Tradizione (fondata sulla Parola, sugli esempi di Cristo tramandati dagli apostoli, sulla catechesi, sui documenti della Chiesa), e poggia soprattutto sulla Bibbia, cioè sulla parola scritta di Dio

Aver fede vuol dire aver fiducia in ciò che Dio ha voluto farci sapere, soprattutto mediante Cristo. Ora Dio ha voluto comunicarci non tanto verità scientifiche, storiche, geografiche, ma verità vitali, cioè che hanno riferimento con la vita, quelle che aiutano a vivere in comunione con Lui e con gli altri, fino alla pienezza di vita, la vita eterna. “Sono venuto” - dice Gesù Cristo, che è la Parola fatta carne - perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza”.[1]

Questo messaggio di Dio per l’umanità è dato sempre dentro la storia. Cosa vuol dire? Vuol direche quando uno parla o scrive ispirato da Dio, usa sempre un linguaggio che è frutto della cultura del suo tempo, cioè del bagaglio di esperienze, di idee di un determinato periodo e di un determinato luogo. Per fare un esempio: quando l’uomo pensava alla terra come a una piattaforma circondata da acque, da aria e da globi luminosi, il linguaggio biblico rispecchiava quella concezione: Dio, nel dare il suo messaggio, usa quel linguaggio, rispetta quella cultura, anche se contiene errori. Dio infatti non parla per fare scienza, né storia, ma per la vita.

Allora nel leggere la Bibbia o la tradizione scritta dai Padri o i documenti della Chiesa, bisognerà sempre distinguere tra messaggio e linguaggio. A noi interessa il messaggio, non la cultura in cui questo si è espresso. Il salmo 12 dice: “I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiolo, purificato nel fuoco sette volte”.[2] C’è quindi un lavoro di purificazione da fare per capire il messaggio. Facciamo un paragone: il messaggio di Dio è come l’acqua per l’assetato, cioè per la vita, ma è sottoterra, a volte a pochi centimetri a volte a molti metri, bisogna scavare, togliere la terra, purificare sette volte, dice il salmo. Non fare questo lavoro dà origine al “fondamentalismo”, cioè a ritenere “fondamentale” non solo il messaggio, ma anche la cultura in cui si è espresso, e a respingere ogni nuovo apporto culturale.

La Pasqua: il vero volto di Dio, amore misericordioso

C’è un punto nella Bibbia dove l’acqua arriva in superficie come acqua che “zampilla per la vita eterna[3].

È la Pasqua: quello è il punto più luminoso, lì Dio rivela il suo vero volto, lì “il velo del tempo si squarciò da cima a fondo”.[4]

Per questo Cristo volle darci, per ricordare quel momento, cioè la Pasqua, non solo una parola scritta (non tutti sapevano leggere), ma una celebrazione, un sacramento “fate questo in mia memoria”. Come dire: “Potete dimenticare tutto ciò che ho fatto e vi ho detto, ma non questo, non la Pasqua. Perché è con questa luce che dovete rileggere tutta la Bibbia. Se in un passo della Bibbia, del Nuovo o Vecchio Testamento, incontrate un volto di Dio diverso da quello che appare nella Pasqua, lì c’è un problema di linguaggio, di cultura, c’è da purificare, da scavare, per trovare l’acqua pura, cioè il vero messaggio di Dio, al di là della cultura del tempo”.

E qual è, allora, il vero volto di Dio rivelato nella Pasqua?

È quello di Cristo. Sotto la Croce il centurione dirà: “Costui veramente era Figlio di Dio”[5].

Immagine del Dio invisibile[6] afferma Paolo e lo stesso Gesù dirà: “Chi ha visto me, ha visto il Padre.”[7] Quale volto allora? Il volto di colui che è morto perdonando, che non uccide il nemico, che preferisce morire lui perché anche il nemico si converta e viva e torni in comunione.

Quindi un Dio non violento, si rivela nella Pasqua, un Dio amore misericordioso che sacrifica se stesso, la sua natura umana, dentro la storia; sacrifica la sua onnipotenza a favore della conversione sincera del peccatore, conversione libera e non imposta da minacce e paure, conversione sotto la croce, dove si rivela l’amore infinito di Dio; non paura ma sconcerto del cuore. “Le folle … ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percotendosi il petto.”[8]

I condizionamenti culturali

Ebbene se questa, della Pasqua, è la chiave di lettura di tutta la Bibbia e della Tradizione, perché fino a 50-60 anni fa, in campagna, si vedeva nei fenomeni naturali dannosi (come fulmini, grandine, terremoti, epidemie), dei castighi di Dio per i nostri peccati[9]; e si parlava di inferno come di supplizi inventati da Dio per castigare gli impenitenti?

Dante ci presenta così l’inferno. Perché?

Per capirlo è necessario tornare all’esempio dell’acqua sotto terra: dentro a una certa cultura, si può fare pozzi fino a un certo limite: con pala e piccone, fino, non so, a 60 metri; ma con trivella, tubi e motori, si può andare a 2-3000 metri di profondità e più. Lo stato di Israele ha fatto fiorire il deserto con la tecnologia propria della nostra cultura scientifica: un esempio per dire che cosa? Per dire che le diverse culture, nei loro aspetti positivi, (una cultura ha sempre un misto di positivo e negativo) aiutano l’uomo ad approfondire la comprensione del messaggio di Dio, messaggio già rivelato e già presente sulla terra o sottoterra, ma non ancora capito fino in fondo.

Facciamo un esempio biblico: Alessandro Magno arriva nell’area palestinese nel 300 a.C.: ebbene fino a quegli anni, tra gli ebrei, non era chiara l’idea dell’aldilà. Forse per il Patriarca o la tribù, si pensava una sopravvivenza, ma per il semplice individuo c’era un grande punto di domanda, oscurità, buio. Scrive Isaia “Non gli inferi ti lodano, Signore, né la morte; il vivente, il vivente ti rende grazie[10].

È solo a contatto con la cultura greca, 200 anni, circa, prima di Cristo, che si riesce a concepire una vita dello spirito umano oltre la morte[11]. La visione dualista greca, anima e corpo, permette la fede nell’aldilà. I Sadducei, conservatori nelle idee e progressisti negli affari, ancora al tempo di Gesù, negavano la sopravvivenza e la resurrezione[12]. La nuova cultura dà uno strumento in più per scavare più in profondità il messaggio divino, il messaggio già dato o quello che si darà, soprattutto con Gesù Cristo.

Ebbene, negli ultimi secoli, c’è stata nell’umanità, una grande rivoluzione culturale: si è passati dalla cultura pre-scientifica a quella scientifica.

La differenza che a noi interessa è soprattutto questa: nella pre-scientifica, tutti i fenomeni naturali erano spiegati con un intervento diretto di Dio: dietro il fulmine c’è Dio che lo scaglia, ecc … Si veda il salmo 29: “Il Signore tuona sulle acque … scatena il tuono … schianta i cedri …”. La cultura scientifica scopre invece le cause immediate dei fenomeni: dietro i fulmini c’è, ad esempio, la differenza di carica elettrica tra cielo e terra. Prima c’era solo da pregare Dio contro i fulmini, ora si può e si deve sempre pregare ma si può anche mettere il parafulmine. “Aiutati che Dio ti aiuta”, dice il proverbio.

La terra non è il centro dell’universo ma uno dei miliardi di pianeti sparsi nelle galassie dell’universo: è una vera rivoluzione che si compie con la scienza, la “rivoluzione copernicana”.

Tutto questo allontana certamente l’immagine di Dio dagli eventi, ma la libera da grandi responsabilità, soprattutto dalla violenza cieca della natura.

La grandine che cadeva sul campo di chi non bestemmiava ma diceva invece il rosario, poneva una certa inquietudine nei confronti di Dio. “Sì, è morto in croce per noi, ma poi non sai mai come reagisca, è imprevedibile Dio”. C’era quindi più timore di Dio che amore verso Dio.

Nonostante la Pasqua era difficile credere alla non violenza di Dio.

Dio appariva sempre come un violento che castigava, inventando e mandando mali sui malvagi sia di qua che di là.

Per noi è più facile interpretare anche le vittime di un terremoto, non come un male che viene da Dio, voluto da Dio, ma come un ritardo nostro nella difesa dalle catastrofi naturali. Per fare un esempio: un terremoto forza 6 in Giappone provoca 2-3 morti, non di più, in Pakistan ne può fare 20.-30.000. Perché? Perché in Giappone si è lavorato e speso di più in difesa dai terremoti.

Quel “dominate la terra”, detto da Dio ai progenitori, si può ben intendere, ora, come la missione affidata all’uomo di rendere (con il suo lavoro e con la sua ricerca) la natura sempre più adatta alla vita, accogliente, riducendo gli effetti dannosi anche dei fenomeni più incontrollabili come il terremoto.

E l’inferno si può ben interpretare, oggi, non come i tormenti eterni inventati da Dio per punirci, ma come il rispetto di Dio per una volontà che rifiuta la festa, la gioia della comunione. Si veda la parabola del figlio prodigo con il rifiuto di entrare alla festa del figlio maggiore[13], e si veda pure il “Compendio” del catechismo della Chiesa cattolica al n. 213 dove dice: “Dio ... avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio”.

Una novità nella missione del cristiano di oggi

Queste sono le novità della fede che fanno pensare alla missione del cristiano, prima ancora che come “un andare a predicare ed annunciare il Vangelo”, come a una ricerca di nuovi stili di vita, in sintonia con il bene di tutta l’umanità di oggi e di domani, requisito indispensabile per essere credibili[14].

La buona notizia che “il Regno di Dio è vicino” (che è la sintesi della missione), non è un annuncio apocalittico della prossima fine del mondo, ma è l’annuncio che il progetto di Dio, in un mondo sempre più vivibile, pacifico, fraterno fino alla comunione eterna, è alla portata dell’uomo, può già incominciare in questo mondo, perché Dio è con noi, l’Emmanuel, il Cristo Signore e il suo Spirito.

Dobbiamo quindi convertirci a stili di vita armonici, di comunione; lasciando i miti della supremazia, dei primati, facendo della vita, non più una corsa di biciclette dove essenziale è arrivare primi ma una cordata dove lo sforzo è arrivare tutti e non si perda nessuno. Facendo questa conversione, un mondo migliore diventa possibile e, alla fine, per grazia di Dio, anche la vita eterna. Questo passaggio è sempre stato l’oggetto della conversione: passare dall’egoismo, all’amore.


[1] Giovanni 10, 10, [2] salmo 12, al versetto 7, [3] Giovanni 4,14, [4] Marco 15, 38., [5] Marco 15, 39, [6] Colossesi 1, 15, [7] Giovanni 14, 9, [8] Luca 23, 48, [9] si diceva: “sù bastieme e zò tempesta”, [10] Isaia 38, 18-19 si veda anche il salmo 30, 10; salmo 88, 11-13; salmo 114, 17-18., [11] Sapienza 3, 1 e seguenti o 2Maccabei 12, 44., [12] Vedi Luca 20, 27 e seguenti., [13] Luca 15, 28-32, [14] Si veda il Libro del Sinodo di Verona, n 155

 

2. Nuovi stili di vita in campo economico e sociale

Perché come Centro missionario Diocesano vogliamo parlare degli aspetti economici e sociali dei nuovi stili di vita?

Per tre ragioni:

  • Prima ragione: perché uno stile di vita all’insegna della supremazia, del primato, del sorpasso, che ha come ideale di vita l’essere più degli altri, è proprio in campo economico che porta gli effetti più devastanti.
  • Seconda ragione: perché Cristo stesso ha richiamato l’importanza del rapporto con l’economia, ha parlato dell’ostacolo delle ricchezze per il Regno.
  • Terza ragione: perché è l’aspetto più dimenticato.

Vediamo ora separatamente i tre aspetti.

Prima ragione. Vecchie logiche in economia e gli squilibri che producono

Un’attività economica all’insegna soltanto della competizione, della concorrenza, del superare gli altri, del fare solo i propri interessi, non può darsi dei limiti, diventa un’attività senza limiti. Un esempio: un’impresa, una banca, è sana se quest’anno produce, vende, guadagna più dell’anno scorso. E questo diventa quasi una necessità, perché soltanto se ha un accumulo di capitale può rinnovarsi e rimanere competitiva sul mercato; le tecnologie infatti cambiano rapidamente e le aeree di investimento competitive pure; la crescita, la concentrazione di ricchezza si impongono quindi sempre di più e con ritmi sempre più veloci. Non ci sono infatti regole internazionali per guidare questo fenomeno, ma solo la legge di mercato: vinca il migliore, chi riesce a vendere le cose migliori ai prezzi più bassi, perché è questa la logica di mercato, è questo che vuole la gente, il consumatore, e nient’altro.

Conseguenza di questo fenomeno sono i tre squilibri che compromettono la vita del pianeta.

Vediamoli:

  • Squilibri ecologici: sappiamo già dell’effetto serra, del buco nell’ozono, dei cambi climatici, degli inquinamenti locali che provocano tumori …; e questo perché? Perché se mi pongo dei limiti ecologici come impresa, perdo competitività: occorrerebbero accordi globali tipo Kyoto, ma accettatati da tutti e non soltanto da qualcuno.
  • Squilibri sociali: il capitale, il benessere si accumula dove già c’è: per cui, come diceva papa Giovanni Paolo II, si creano “meccanismi che producono, a livello internazionale, ricchi sempre più ricchi a spese di poveri sempre più poveri”[1].
    • Prima conseguenza di questo fenomeno: l’esodo dai Paesi impoveriti, verso le oasi, gli eden del benessere.
    • Seconda conseguenza: culture che si sentono minacciate di estinzione, da cui una reazione anche violenta, il terrorismo internazionale della disperazione, alimentato dai fondamentalismi.
    • Terza conseguenza: criminalità organizzata; si cerca di far tornare illegalmente il capitale dai luoghi in cui era partito legalmente.
    • Squilibri interiori: questi ritmi sempre più incalzanti creano insicurezza, stress, depressione, non senso della vita, i ritmi di lavoro e di aggiornamento si fanno sempre più inumani.

Sono necessari allora nuovi stili di vita personali e familiari per rendere possibile, non solo una vita più umana in famiglia, ma anche una economia e una politica più responsabile del bene comune.

Seconda ragione. Gli avvertimenti del Vangelo sui pericoli creati dalle ricchezze

Dal vangelo vediamo che Cristo ha dato molta importanza all’aspetto economico della vita.

La opposizione più radicale al progetto di Dio, che è un progetto di comunione, si dà proprio sul piano economico, secondo il vangelo. Le logiche del potere, della ricchezza, del capitale, (che sono logiche di bene finalizzate egoisticamente a se stessi, cioè sempre più potere, sempre più ricchezza) sono in antitesi con il progetto di Dio. Gesù esprime questo dicendo: “Non potete servire a Dio e a mammona”[2].

Per questo dirà ancora “Com’è difficile per un ricco entrare nel regno di Dio[3], cioè nel progetto del Padre. Ancora, “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne”[4].

La ricchezza, per farci amici, deve costruire comunione e non separazione, non ricchi sempre più ricchi, lontani sempre più dai poveri.

Ancora “I figli di questo mondo infatti verso i loro pari, sono più scaltri che i figli della luce[5]. Sono più scaltri perché pensano alle conseguenze della loro attività economica, pensano al loro futuro; noi invece, che vorremmo il regno di Dio, non ci chiediamo se la nostra attività economica lo costruisce o lo demolisce.

Terza ragione. L’aspetto economico-sociale nella realizzazione del Regno: un tema dimenticato

Il Centro Missionario Diocesano tratta di questo taglio economico perché è l’aspetto più dimenticato.

Su questo, vale la pena di leggere il punto 3 della Lettera della Quaresima 1996 dell’allora vescovo di Verona, Mons. Attilio Nicora[6].

Dopo aver citato la “Centesimus annus” là dove dice «È necessaria e urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di scelta”, continua affermando “è necessario riconoscere che anche noi cristiani, come singoli e come istituzioni (parrocchie, istituti, associazioni, …), siamo immersi in una cultura che raramente si è posta questi problemi, siamo in qualche modo tutti figli della fiducia in quella “mano invisibile”, ipotizzata da Adam Smith nel libro: “La ricchezza delle nazioni”, del 1776, secondo cui, in economia, basterebbe fare bene i propri interessi, senza porsi il problema degli altri, perché c’è come una mano invisibile che fa il bene comune. In realtà la mano invisibile non c’è stata e gli squilibri sociali, interiori, ambientali e culturali che quella irresponsabilità ha prodotto, oggi minacciano la sopravvivenza dell’umanità.

La novità e la sfida oggi stanno proprio nell’introdurre, in tutte le scelte economiche e politiche di base, l’attenzione al bene comune di tutta l’umanità, generazioni future incluse.

Questa è la “grande opera educativa e culturale” segnalata come urgente e necessaria dallaCentesimo annus”» (al n°36).

Nonostante tutti gli appelli del papa Giovanni Paolo II, soprattutto nelle sue encicliche “Sollecitudo rei socialis” e “Centesimus annus”, che richiamano l’attenzione su questi aspetti economici, e nonostante il Sinodo di Verona, che parla di nuovi stili di vita, ma sempre con richiamo diretto all’economia, si stenta ad affrontare queste tematiche, per questo il Centro Missionario Diocesano se ne fa carico e le tratta.



[1] Puebla nn. 30 - 1264, [2] Matteo 6, 24, [3] Marco 10, 24., [4] Luca 16, 9, [5] Luca 16, 8, [6] “La virtù cristiana della sobrietà”, lettera pastorale del vescovo S. E. Mons. Attilio Nicora per la Quaresima del 1996

 

 

 

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