Libertà di stampa in Africa: un miraggio?

Per una buona notizia che ci giunge dall’Africa, leggi la liberazione del giornalista Ruvakuki in Burundi dopo 15 mesi di carcere duro a seguito di un processo che lo aveva condannato addirittura all’ergastolo, sono  molte le segnalazioni che arrivano nelle redazioni  sulle precarie condizioni di lavoro dei giornalisti che operano sul continente.  Non si contano quelli malmenati o minacciati , come non si contano i giornali che vengono sospesi con i più incredibili pretesti; l’ultimo in ordine di tempo è la pubblicazione  Djamena Bi-Hebdo, con il suo direttore condannato a qualche giorno di prigione per aver contestato un progetto di legge sulla libertà di stampa fortemente liberticida.  L’Africa dell’Est è un vero cimitero per i giornalisti. In una classifica recentemente pubblicata sulla libertà di stampa nei Paesi Africani si scoprono   vere e proprie persecuzioni contro i giornalisti che ogni giorno di più rappresentano il  facile capro espiatorio di ogni potere  politico che si sente minacciato dal  mondo della comunicazione. Sembrava che in questi ultimi due decenni di consolidamento democratico   anche la  stampa africana si fosse conquistata un suo spazio di libertà. Purtroppo così non è.

In Somalia…

In Somalia, al  centosettantacinquesimo posto nella classifica di cui parlavamo,  ben diciotto professionisti della comunicazione sono stati ammazzati nel 2012, vittime di attentati o di vere e proprie esecuzioni mirate a far tacere le voci libere del Paese.  Ancor peggio sembrano andare le cose in  Eritrea, classificata al 179esimo posto, dove i giornalisti non vengono ammazzati ma lasciati morire dopo anni di carcere duro in condizioni di detenzione suicidarie.  Qui una legge liberticida aveva sospeso la stampa privata già dieci anni fa e oggi i media indipendenti  sono costretti a pubblicare dall’esilio perché il Paese, nel settore dell’informazione, è diventata una grande prigione.  Censura e repressione toccano pesantemente anche altri Paesi.  Nel Sudan di Bachir è pratica quotidiana il sequestro di giornali e la convocazione dei giornalisti presso le stazioni di polizia.  A  Gibuti non esiste la stampa cosiddetta privata, e neanche la liberazione di due giornalisti svedesi detenuti dal 2011 riesce a cancellare per l’Etiopia, scesa al centotrentanovesimo posto della classifica,   l’immagine di un Paese repressivo dove  l’applicazione della legge antiterrorismo del 2009 colpisce soprattutto i professionisti dell’informazione. 

Tutta l’Africa è paese

Nell’Africa occidentale la situazione non è molto migliore. Il Mali sta attraversando le difficoltà di una guerra   particolarmente destabilizzante dopo la crisi libica di due anni fa.  Il putch militare del 22 marzo scorso e il conflitto del potere centrale con i secessionisti tuareg del nord sostenuti dal fondamentalismo  islamico d’importazione hanno delle ricadute fortemente negative sulla libertà di svolgere il lavoro di giornalisti che si trovano a dover fare i conti con una censura  onnipotente nel Paese.  Molte radio del Nord hanno chiuso i battenti e nella capitale Bamako non sono mancate le aggressioni contro i giornalisti, maliani e stranieri, colpevoli di tradimento per il solo fatto di scrivere in libertà su quanto sta succedendo. Non parliamo poi della Repubblica Centrafricana, in pieno caos dopo che i “ribelli” hanno preso la capitale Bangui nei giorni scorsi: stazioni radio saccheggiate e giornalisti assassinati! Dopo un lento  ma  significativo progresso  nel settore dell’informazione a seguito degli accordi del 2009 per un governo di unione nazionale, anche lo Zimbabwe marca il passo.  Violenze e arresti contro i giornalisti sono ridiventati  pratica  corrente e le elezioni di quest’anno non lasciano prevedere niente di buono  per  i professionisti della comunicazione.  Perfino il Sud Sudan, paese appena nato dopo l’indipendenza dal nord, può “vantare” il suo primo giornalista morto ammazzato in questi giorni, mentre i giornali attendono impazienti l’adozione dei tre progetti di legge  in discussione sulla stampa.  Nonostante la tenuta degli Stati Generali della Comunicazione, l’avvenire della stampa resta molto  incerta in Camerun, classificato al centotrentatreesimo posto,  mentre il Niger è messo bene, anche se perde nella speciale classifica quattordici posizioni a causa dell’irresponsabilità di qualche giornalista tentato di abusare di uno spazio di libertà  che potrebbe essere di  esempio anche per i Paesi vicini. 

Il Burundi

L’affare Hassan Ruvakuki mette il Burundi in una posizione difficile, anche se bisogna riconoscere  che le convocazioni e gli arresti di giornalisti sono fortemente diminuiti. Non così in Tanzania, purtroppo, dove  negli ultimi quattro mesi un giornalista è stato ammazzato  mentre stava coprendo mediaticamente una manifestazione politica, e un altro è stato ritrovato morto dopo essere stato interpellato dalla polizia.  Un grande balzo positivo in avanti fa il  Malawi dopo la deriva autoritaria del defunto  presidente  Bingu Wa Mutharika che aveva innescato nel Paese una violenta repressione sfociata nell’assassinio  del giornalist  Robert Chasowa.  Grandi progressi si registrano in Senegal dopo l’elezione del presidente Macky Sall che ha dichiarato di essere pronto a depenalizzare i delitti di opinione e di stampa.  Un esempio per tutti sono  la Liberia e il Niger, dove i rispettivi Presidenti Ellen Johnson e Mahamadou Issoufou hanno sottoscritto la Dichiarazione della Montagna della Tavola impegnandosi a promuovere la libertà di stampa.  Sul gradino più alto  della democrazia mediatica restano la Namibia, Capo Verde e il Ghana, Paesi tradizionalmente aperti al mondo dell’informazione.

 

                                                           Ugo Piccoli

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